Un po' (molto po') di me

La mia foto
Sono una wannabe-molte cose: giornalista, fotografa, animatrice, interprete, scrittrice, designer. O per meglio dire sono una WANTED TO, visto che ho scelto una carriera da creativa che mi ha portato al niente disoccupazionale. MA sono anche: figlia unica (e assenteista), moglie mutevole; riciclona seriale con tendenza compulsiva all'ammucchio negli angoli, amica leale, tendente alla puntualità cronica e alla lacrima+sigaretta, professionalmente impeccabile. Contraddittoria e mutevole. Cinica e creativa. Stronza, nella maggior parte dei casi.

martedì 30 aprile 2013

take care

Mi guardo da vicino e vedo, nette e implacabili, due rughe sotto gli occhi, lì a fare compagnia alle occhiaie immotivate. Oggi è così, ho un regalo nuovo, ottenuto con il contributo dell'età, del fumo, dei viziacci, dei pianti e della pigrizia - ché io e il siero contorno occhi ci guardiamo da lontano, a volte facciamo ciao ciao con la manina, a volte ringhiamo; a volte arriva un libro a rubarmi l'attenzione, a volte lo picchietto per bene. Ma A VOLTE, ecco.



E due mesi fa ho visto anche tre fili bianchi qui sulla tempia destra, quasi fluorescenti mentre pulsava l'emicrania dell'ennesimo inutile premestruo. Non si strappano, no, però accorciarli a filo pelle sì. Zac!
Con le rughe è nettamente più difficile. 
E quanto sono patetica. Per anni ho desiderato che spuntasse sul mio viso un qualche segno della mia vera età, per smettere di sembrare una bambina ed esibire documenti di fronte ad esterefatte forze dell'ordine e guardie varie. Per dare senso inverso ai brufoli che non mi hanno mai aiutato nel darmi un'aria adulta, già che non so truccarmi ed atteggiarmi. Sarà che il corso per diventare signore non lo tengono ancora qui nella provincia della nebbia... sarà che quando ho fatto il salto ero poco credibile, ancora co' sta faccia da bimba e sto corpo di budino. Età indefinibile diceva il mio ex-collega un anno fa, non so decidermi se ne hai venti o trenta, ma non di più. Di più, di più. Ho la tua età, piciu. Quindi smettila con il tono paterno perché quando io sognavo i Take That tu stavi sperimentando la barba.
E se invece quel colloquio lo facessi oggi, sarebbe trenta come minimo.

In pochi mesi mi sono caduta addosso.
E hai voglia a predicare che l'età si porta con stile e dignità senza tentare di plastificarci la bocca le palpebre gli zigomi. Hai voglia a professare il credo del capello naturale a tutti i costi. Mi sto spiazzando da sola, forse perché non ho avuto alcuna avvisaglia - mi sono perfino stancata di ripetere a tutti che mi va bene qualsiasi cosa, davvero, ma con il dovuto preavviso. La mia faccia deve avere una qualche strana sordità di fronte ai miei appelli e mi tradisce così. E no, non ero preparata. Anche dentro sento delle rughe che inceppano il fluire delle idee, dei tiranti bianchi e fragili al fianco delle funi ben robuste che sorreggono e fissano valori e obiettivi.
Tenete duro, per favore, dico a quelli dentro. Non fatemi invecchiare anche il cuore.

giovedì 25 aprile 2013

visto che ti va tutto bene (SOUNDTRACK OF MY LIFE #20)


Perché sei uno stronzo, mi hai fatto divertire mentre la giostra girava e quando hai deciso di non farmi girare più non mi hai lasciato neppure il gettone-ricordo, ma hai cercato di farmi credere che dovevo averlo in tasca, che cretina, per fare ancora un altro giro, un giorno non meglio specificato.
E tu e tutti i tuoi amici a guardarmi come un fenomeno da baraccone. Ma crescete, cazzo. Prendetevi delle responsabilità, non vi avvelena mica. Smettete di voler stare bene voi e soltanto voi e fanculo il resto.
E come mi hai tradito, e come ti ostinavi a indossare i panni dell'animale ferito, e quanto a lungo e con quanta convinzione hai insabbiato qualsiasi prova, anche la più inequivocabile, di quelle corna.
Tu e le tue lacrime puttane, tu che ci credevi come un bimbo crede al topolino dei denti, tu ed i sogni che mi propinavi senza avere mezza idea di come attuarli; tiravi a campare e pretendevi che ti insegnassi io a vivere, ma quando ti accorgevi che era faticoso perseguire obiettivi mandavi tutto in vacca.
Il più bel ricordo che mi hai lasciato tra le gambe non vale la pena di scomodarmi una descrizione, non più. E, a parte quello (anzi no, mettiamo nel conto anche qualche lezioncina orizzontale), so di essere fin troppo generosa a depennarti dalla lista dei miei debitori: basta che tu sia sparito. Che io ti abbia fatto sparire. Che il cielo si sia slabbrato per dividerci.
Quattro anni fa.
E' stata una grossa fortuna farmi ferire da te, digerire, poi guarire, saperti dire addio.

mercoledì 24 aprile 2013

sega mentale notturna #1

Leggere di una pancia che tira i suoi primi 3 calci mi solletica gli angoli della bocca. Sorrido.
Sensazione che quasi sto rinunciando ad invidiare, come orinare in piedi dopotutto.
Stramaledetti noi.

sabato 20 aprile 2013

fantasmi in formalina

Era ancora il millennio scorso quando eravamo amici, io e te.

Eravamo due pischelli a scuola casualmente assieme, ci contendevamo i voti migliori, ci alleavamo contro la prof di Tecnica mentre a me spuntavano le tette e a te i baffi. Mai troppo legati, sempre sul filo della competizione. E le prese per i culo, ricordi?, quando mi ammazzavo con gli ostacoli, o quando ci misero una notaccia credendo che facessimo i compiti in classe a quattro mani. Seee vabbè.

Poi tu e la tua moto siete spariti, un'altra scuola e altre amicizie, e il mio batticuore acerbo e nebuloso per te è scemato a metà inizio. Mi hai incontrato una volta in centro con il moroso, che veniva anche lui a scuola con noi, e sembrava che avessi dimenticato il nostro cameratismo.


Un secolo più tardi un'amica comune ci ha fatti rivedere. Piccola la nostra cittadina eh?, e tu eri un uomo fatto e finito, uno che usciva da una storiaccia di corna subite da quella bionda stronza che studiava due file dietro di me in facoltà e che per cinque-anni-cinque ti aveva tenuto il cuore nel pugno. E tu, vedovo di gonne e di voglia di studiare, c'hai messo radici in quelle aule, vicino a me a tracciare proiezioni tridimensionali e diagrammi del tuo corso mentre ti usavo come cavia per i miei esperimenti sulla percezione del colore e riempivamo di caricature il retro delle mie dispense.

Ma anche io uscivo - ed entravo - in una storia, di quelle di sesso e sudore e sentimenti (suoi) da tenere a guinzaglio corto, con quel belloccio che piaceva tanto alla nostra amica in comune e che per questo dovevo tenere segreto, il più possibile pubblicamente distante da me. Così dal cilindro abbiamo tirato fuori quella conveniente farsa di me-e-te-assieme per far rosicare la tua ex e desistere il mio trombanemico. Eravamo bravi, tremendamente bravi a fingere di appartarci, a  lanciarci occhiate fintoamorose e invece eravamo ancora due vecchi amici che si volevano bene, il secchione e il maschiaccio un po' cresciuti. Eravamo così bravi che ci sono cascati i miei, i tuoi, le amiche, gli amici: faceva comodo dire che stavamo assieme, era sia la strada più breve per definire il nostro affiatamento sia una grande strategia difensiva... anche senza più attacchi, anche quando la tua ex ha cambiato facoltà, anche quando il trombanemico è stato cacciato dal mio letto. Due ottimi attori perseveranti, chapeau.

Ma io dovevo complicarmi la vita, io dovevo innamorarmi di te in quella maniera ebete e smembrante che a vent'anni si conosce bene - e chiudere con il trombanemico perché no, non ci riuscivo proprio più a vivere dissociata. Figuriamoci che non provavo più alcuna pulsione verso nessun altro - assurdo! improvvisamente coerente, sincronizzata, consapevole e perfino un pizzico retta! Per ogni sospiro finto ce n'era uno vero che speravo, per ogni cinema a due c'era un bracciolo di troppo, per ogni passaggio in auto sognavo un epilogo romantico. E no, non veniva mai. Eravamo sempre io e te, sempre da soli, sempre in quelle situazioni con inciucio quasi d'obbligo - che una coppia sul nascere avrebbe pagato per avere a portata di mano - e tu nulla, e io nulla.
Gelosi per finta, assieme per finta: un disastro che quasi quasi mi rassegnavo. Anzi mi ero rassegnata senza neppure provare a vedere cosa, perché, perché no. Sentivo che era impossibile e mi rifiutavo di sperare. Fino al nuovo millennio, alla sera delle risate ammezzate, di un tavolino fumoso in un pub con le mie amiche appena dietro di noi ad analizzarci, e in corpo due litri di vino rosso scelto da te, quello buono, per rilassarci, per passare l'esame del gineceo. Lo sai che ti sei scelto la condanna, sì? Lo sai che hai scelto di flirtare come mai fino ad allora, di allungare le mani verso le mie guance, di superare quella barriera educata ed asettica che ci definiva ancora amici, alleati, e sei arrivato di proposito oltre. Sei arrivato a non ricordare dove avevamo parcheggiato, a prendere la strada di casa mia, a fermarti a metà tragitto senza dare spiegazioni, a chiedermi di cambiare la stazione radio. Non avevamo più bisogno di fingere ora che nessuno ci controllava più. La sbornia, sì, va bene, faccio finta di crederci anche se siamo entrambi vigili. E quelle parole mitragliate senza preavviso addosso a noi



tra dire e fare tra miele e sale 
resto a sentire i tuoi pensieri per me
che fanno rumore
e tu lasciami 
fare 
a me basta restare un po' 
un po' di tempo a parlare insieme a te 
solo a parlare 
non voglio fare l'amore 
a me basta guardarti un po' 
guardare i tuoi movimenti così lenti che 
mi fai sentire che 
fammi sentire che 
Perché le abbiamo canticchiate? Melense, stupide. Troppo insaporite di quella bolla di vino e batticuore. Decisamente golose come antipasto alle tue labbra prepotenti sulle mie, alle tue mani isteriche nella frenesia di scostare i capelli miei, i tuoi, i miei, aggrovigliati come i pensieri che ho lasciato fuori dalla cinquecento. Smessa la finzione pubblica di essere una coppia, cosa avevamo combinato in quell'auto, da soli? Due ore di baci, baci-e-basta, come se fossimo tornati indietro ai nostri tredici anni, senza volere di più, senza respirare, senza una parola. Baci e ancora baci e mai a sufficienza, ché le labbra fredde soffrivano nei 200 secondi da lì a casa mia, e baci baci baci e la buonanotte e il "ci vediamo domani".

E quel domani non eri dove dovevi essere e io non rispondevo ai tuoi squilli. Perché? Per valutare, dicevo, ma valutare cosa benedetta ragazza, cosa c'è da valutare e rimestare nel calderone di quello che avevo sognato e ottenuto? C'era una spiegazione, anzi due: una che bramavo (che tu eri innamorato di me, ma timidissimo come sempre non osavi) e una che temevo (colpa dell'alcool, della singletudine, della farsa che avevamo imbastito fin troppo bene). Imbecille io ad aspettare e non chiederti più nulla e imbecille tu a non farmi più parola di quella notte. Sì, ero convinta che me ne avresti parlato E mi cagavo addosso dalla paura di sentire cose che non volevo. Mese dopo mese, mai una parola, obblighi di frequenza a dividere ore che avremmo passato assieme. Poi una stilla di coraggio, convocarti da me, averti davanti e non riuscire a chiederti nulla del discorso provato allo specchio, e mandarti via senza un perché. Smettere di rispondere ai messaggi, smettere di cercarti, smettere di chiedere di te - ma chiedermi sempre, sempre a chi dei due mancavano di più le palle. Smettere di esistere nella tua vita e rimanere ostinatamente fedele a te che non eri stato nulla se non finzione, con la testa il cuore le gambe tutto impenetrabile per mesi, per anni. 

Poi c'è passata la vita in mezzo senza sapere più dove fossimo finiti. Tredici anni.

Un mio ritorno a casa, una casualità burlona e di nuovo te di fronte a me e occhi fuggevoli e infiammati. Sì, sono io. Che fine ho fatto? Che fine hai fatto? Cos'è successo in questo intensissimo frattempo che ha portato entrambi lontanissimi dai progetti con cui eravamo partiti "allora"? Meno capelli e più chili da entrambe le parti, una ruga nel mezzo, ma siamo di nuovo noi come allora e ci guardiamo di sottecchi e ci studiamo. Il frangente, dieci giorni di terribile torturoso frangente formalissimo, non ci ha aiutati a superare l'imbarazzo oltre il "oh che caso!" ed il far finta di non esserci riconosciuti già dalla voce... inutile pagliacciata a cui non ho creduto nemmeno un secondo. E l'ultimo giorno te la butto là: dammi il numero, un caffè e due chiacchiere, e la tua voce accetta ma poi il tuo sms rifiuta perché vorresti, ma se chi è vicino a te ora accettasse un invito equivalente non la prenderesti bene. Un caffè, diomio! Un caffè con una vecchia compagna di studi (o forse è un caffè con una quasi-ex potenzialmente pericolosa? quanto vorrei sapere quale etichetta hai scritto sul ricordo che hai di me...). Lo so che avrei scoperchiato un vaso di Pandora, giù come un ariete dopo questi tredici anni che ci hanno zavorrato a sufficienza per farci rimanere saldi a terra senza alcun pericolo di divagazioni; avrei fatto quelle domande ammuffite, avrei tirato fuori fotografie mentali in comune, senza paura né vergogna, come si fa coi capitoli chiusi. Peccato che quel capitolo è stato abbandonato e non chiuso e qualche risposta serena e distaccata, benché fumosa come tuo solito, l'avrei tanto voluta ricevere e magari dare. E dirti grazie di essere passato nella mia vita, chiederti scusa dei danni che ho provocato alla tua, e salutarci senza carichi pendenti. Per rispetto verso il mio passato, verso la me ventenne fifona e astratta, per dimostrarle quanto fosse cazzona quella paura di sapere. Ma forse anche tu vuoi rispettare il tuo passato e non vuoi farmi/farti domande e non vuoi rispondere alle mie e men che mai hai bisogno del mio grazie e delle mie scuse, forse TU hai scelto di lasciarmi perdere tacendo tredici anni fa e me l'hai confermato ora. Forse non hai scelto ma hai lasciato scegliere me e ti sei adeguato passivamente. Forse ti ho fatto credere che non me ne fregava nulla mentre mi logoravo chiusa in casa sigaretta dopo sigaretta invece di dire le cose in faccia. Forse non te n'è mai fregato nulla. Forse c'hai solamente provato e il vino ti ha aiutato. Forse eri cotto e fifone quanto me.

A quei due ventenni lì spaccherei la faccia, pezzi d'idiota. Poi scrollerei lui e obbligherei lei a fare domande invece che conservarle in formalina per il "meglio tardi che mai". Non sapeva, quella ventenne, che tardi non è meglio ma è tardi e basta. Che la formalina conserva ma non fa tornare viva la carne una volta immersa.
Ma cazzo, la saggezza tardiva non è buona nemmeno come carta igienica.

venerdì 19 aprile 2013

spalle al muro (SOUNDTRACK OF MY LIFE #19)



Roma Pincio 1998.

Io sotto una cupola rossa a pois bianchi, tu sotto un cappuccio D&G.

Una resa dei conti dove hanno pianto anche i dodicimila cieli delusi di noi.

Troppa vigliaccheria per rimetterci in gioco. Troppo astio, troppe proiezioni e aspettative destinate ad aspettare sotto una pensilina eterna.
Eravamo così piccoli e indossavamo sentimenti troppo grandi.

giovedì 11 aprile 2013

influenze (SOUNDTRACK OF MY LIFE #18)

Mio cuGGino (come direbbe Elio), maggiore di me di ben dieci anni, mi passava le cassettine duplicate.
Mentre i miei amichetti erano sospesi in una bolla shakerata di BimBumBam e Eros/NewKids/SimonLeBon*, io mi attaccavo a questi cordoni ombelicali "da grandi".
Ricordo che la prima media è stata tutta così... tutta con questa canzone biascicata in bocca senza conoscere le parole... ma che sapore di cosa figa...


* non sentitevi offesi se vi ho tirato in causa: è giocoforza.

giovedì 4 aprile 2013

diciassette (SOUNDTRACK OF MY LIFE #17)

sono gli anni trascorsi senza te, zio, un po' nonno, un po' compagno di giochi, maestro nelle prime stille di alcool che mi concedevi di assaggiare ed apprezzare, che mi insegnavi ad educare nel percorso che si costruivano nella mia pancia e tra i pochi neuroni.
Tu capace di conciliare una bettola di bestemmie e la dedizione totale per le donne di casa, una guida per molti, una roccia per il nostro clan. Balli popolari, shopping, miliardi di tortellini da chiudere, compiti, passaggi fino in centro... tu ed io, sempre tu ed io, due complici. Con te ho imparato a pescare senza rivoltarmi lo stomaco alla vista degli insetti, con te ho costruito un barbecue in mattoni, ho mosso i primi passi, ho fatto amicizia con il vasino e con i cani, ho imbudellato salami, zappato orti, potato siepi di rose; ti ho tagliato le basette ed era come giocare all'allegro chirurgo, ho guidato per la prima volta senza doppi comandi sotto la nevicata del millennio e sotto il tuo sguardo fiducioso, abbiamo raccolto mirtilli fino a dire basta e steso ottocento pizze, le mani ancora sporche dei nostri acquerelli acerbi.




E poi puff!, qualche mese e mi hai lasciato da sola. Un paio di mani vuote che non sapevano più impastare e potare, una casa silenziosa, un nipote in fasce che non avrebbe ricordato la tua voce ed io, custode di anni ed anni passati ad impararti a memoria, adorandoti.

Ma ti sento qui, dietro la sedia, ad osservare un po' miope queste parole e la tastiera bagnata, ridendo del mio essere così molle, così umana e niente affatto l'eroe maschiaccio che avevi visto crescendomi - e chi lo sa come mi criticheresti ora, come mi vorresti dritta con la schiena e coi pensieri, quali consigli riuscirei a strapparti tuo nolente. Ti sento dentro e tutto attorno, zio. Ti sento nel sangue che la biologia dice non abbiamo in comune. Mi manchi fisicamente, mi manchi al telefono... mancava il tuo viso in tutti i giorni importanti che mi si sono schiantati addosso, ed io a ravanare nella tasche mentali le tue parole, la tua presenza - nessuno poteva vederti, eppure c'eri, ci sei.

martedì 2 aprile 2013

Versatilissima

Grazie a Personne che mi ha affibbiato questo Award (si dice così?) che consta di 3 semplici regolette:

  1. elencare 7 proprie caratteristiche;
  2. premiare altri 15 blog con meno di 200 follower;
  3. seguire il blog di chi ti ha premiato.
Ok, iniziamo a dire che il blog di Personne lo seguo già e con molto piacere...

Le mie 7 caratteristiche? mumblemumble (rumore di neuroni che cozzano e si intrecciano)
  1. i miei capelli sono estremamente arruffati, senza alcuna deroga in casi di piastra o di qualsivoglia trattamento da parte di specialisti.
  2. il mio nome all'anagrafe è un errore di battitura dell'ufficio che l'ha scritto. Voglio dire, sembra normale amministrazione scritto così, ma in realtà i miei volevano darmene un altro, solo che evidentemente era troppo strano e così l'hanno corretto d'ufficio. Una sporta di cazzi loro mai, eh?!
  3. dovevo diventare avvocato, per vocazione personale e di famiglia. Mi ha fatto desistere solo la disoccupazione dilagante in campo legale... ok, non è che ora io sia messa meglio. Mi perdono soltanto da quando sono diventata la fan n.1 di Forum!
  4. colleziono santini, ma non per spirito religioso-mistico... in realtà non so neppure io perchè.
  5. adoro viaggiare in treno: la poesia del paesaggio che mi scorre davanti al naso è qualcosa di impagabile. Neppure sedere in senso contrario alla marcia mi da noia.
  6. sono una tifosa scalmanata - andare allo stadio con me è una tortura riservata ai pochi eletti che di me conoscono le cose peggiori, perchè queste cose peggiori le tiro fuori proprio in ambito calcistico. 
  7. aborro totalmente la depilazione per mano altrui. Non un pelo - nemmeno sopracciliare - ammette eccezione.
Ed ora dovrei premiare altre 15 malcapitati... ma non ne ho così tanti! Mi limito a quelli che ho...


e per oggi è tutto!