Un po' (molto po') di me

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Sono una wannabe-molte cose: giornalista, fotografa, animatrice, interprete, scrittrice, designer. O per meglio dire sono una WANTED TO, visto che ho scelto una carriera da creativa che mi ha portato al niente disoccupazionale. MA sono anche: figlia unica (e assenteista), moglie mutevole; riciclona seriale con tendenza compulsiva all'ammucchio negli angoli, amica leale, tendente alla puntualità cronica e alla lacrima+sigaretta, professionalmente impeccabile. Contraddittoria e mutevole. Cinica e creativa. Stronza, nella maggior parte dei casi.

sabato 20 aprile 2013

fantasmi in formalina

Era ancora il millennio scorso quando eravamo amici, io e te.

Eravamo due pischelli a scuola casualmente assieme, ci contendevamo i voti migliori, ci alleavamo contro la prof di Tecnica mentre a me spuntavano le tette e a te i baffi. Mai troppo legati, sempre sul filo della competizione. E le prese per i culo, ricordi?, quando mi ammazzavo con gli ostacoli, o quando ci misero una notaccia credendo che facessimo i compiti in classe a quattro mani. Seee vabbè.

Poi tu e la tua moto siete spariti, un'altra scuola e altre amicizie, e il mio batticuore acerbo e nebuloso per te è scemato a metà inizio. Mi hai incontrato una volta in centro con il moroso, che veniva anche lui a scuola con noi, e sembrava che avessi dimenticato il nostro cameratismo.


Un secolo più tardi un'amica comune ci ha fatti rivedere. Piccola la nostra cittadina eh?, e tu eri un uomo fatto e finito, uno che usciva da una storiaccia di corna subite da quella bionda stronza che studiava due file dietro di me in facoltà e che per cinque-anni-cinque ti aveva tenuto il cuore nel pugno. E tu, vedovo di gonne e di voglia di studiare, c'hai messo radici in quelle aule, vicino a me a tracciare proiezioni tridimensionali e diagrammi del tuo corso mentre ti usavo come cavia per i miei esperimenti sulla percezione del colore e riempivamo di caricature il retro delle mie dispense.

Ma anche io uscivo - ed entravo - in una storia, di quelle di sesso e sudore e sentimenti (suoi) da tenere a guinzaglio corto, con quel belloccio che piaceva tanto alla nostra amica in comune e che per questo dovevo tenere segreto, il più possibile pubblicamente distante da me. Così dal cilindro abbiamo tirato fuori quella conveniente farsa di me-e-te-assieme per far rosicare la tua ex e desistere il mio trombanemico. Eravamo bravi, tremendamente bravi a fingere di appartarci, a  lanciarci occhiate fintoamorose e invece eravamo ancora due vecchi amici che si volevano bene, il secchione e il maschiaccio un po' cresciuti. Eravamo così bravi che ci sono cascati i miei, i tuoi, le amiche, gli amici: faceva comodo dire che stavamo assieme, era sia la strada più breve per definire il nostro affiatamento sia una grande strategia difensiva... anche senza più attacchi, anche quando la tua ex ha cambiato facoltà, anche quando il trombanemico è stato cacciato dal mio letto. Due ottimi attori perseveranti, chapeau.

Ma io dovevo complicarmi la vita, io dovevo innamorarmi di te in quella maniera ebete e smembrante che a vent'anni si conosce bene - e chiudere con il trombanemico perché no, non ci riuscivo proprio più a vivere dissociata. Figuriamoci che non provavo più alcuna pulsione verso nessun altro - assurdo! improvvisamente coerente, sincronizzata, consapevole e perfino un pizzico retta! Per ogni sospiro finto ce n'era uno vero che speravo, per ogni cinema a due c'era un bracciolo di troppo, per ogni passaggio in auto sognavo un epilogo romantico. E no, non veniva mai. Eravamo sempre io e te, sempre da soli, sempre in quelle situazioni con inciucio quasi d'obbligo - che una coppia sul nascere avrebbe pagato per avere a portata di mano - e tu nulla, e io nulla.
Gelosi per finta, assieme per finta: un disastro che quasi quasi mi rassegnavo. Anzi mi ero rassegnata senza neppure provare a vedere cosa, perché, perché no. Sentivo che era impossibile e mi rifiutavo di sperare. Fino al nuovo millennio, alla sera delle risate ammezzate, di un tavolino fumoso in un pub con le mie amiche appena dietro di noi ad analizzarci, e in corpo due litri di vino rosso scelto da te, quello buono, per rilassarci, per passare l'esame del gineceo. Lo sai che ti sei scelto la condanna, sì? Lo sai che hai scelto di flirtare come mai fino ad allora, di allungare le mani verso le mie guance, di superare quella barriera educata ed asettica che ci definiva ancora amici, alleati, e sei arrivato di proposito oltre. Sei arrivato a non ricordare dove avevamo parcheggiato, a prendere la strada di casa mia, a fermarti a metà tragitto senza dare spiegazioni, a chiedermi di cambiare la stazione radio. Non avevamo più bisogno di fingere ora che nessuno ci controllava più. La sbornia, sì, va bene, faccio finta di crederci anche se siamo entrambi vigili. E quelle parole mitragliate senza preavviso addosso a noi



tra dire e fare tra miele e sale 
resto a sentire i tuoi pensieri per me
che fanno rumore
e tu lasciami 
fare 
a me basta restare un po' 
un po' di tempo a parlare insieme a te 
solo a parlare 
non voglio fare l'amore 
a me basta guardarti un po' 
guardare i tuoi movimenti così lenti che 
mi fai sentire che 
fammi sentire che 
Perché le abbiamo canticchiate? Melense, stupide. Troppo insaporite di quella bolla di vino e batticuore. Decisamente golose come antipasto alle tue labbra prepotenti sulle mie, alle tue mani isteriche nella frenesia di scostare i capelli miei, i tuoi, i miei, aggrovigliati come i pensieri che ho lasciato fuori dalla cinquecento. Smessa la finzione pubblica di essere una coppia, cosa avevamo combinato in quell'auto, da soli? Due ore di baci, baci-e-basta, come se fossimo tornati indietro ai nostri tredici anni, senza volere di più, senza respirare, senza una parola. Baci e ancora baci e mai a sufficienza, ché le labbra fredde soffrivano nei 200 secondi da lì a casa mia, e baci baci baci e la buonanotte e il "ci vediamo domani".

E quel domani non eri dove dovevi essere e io non rispondevo ai tuoi squilli. Perché? Per valutare, dicevo, ma valutare cosa benedetta ragazza, cosa c'è da valutare e rimestare nel calderone di quello che avevo sognato e ottenuto? C'era una spiegazione, anzi due: una che bramavo (che tu eri innamorato di me, ma timidissimo come sempre non osavi) e una che temevo (colpa dell'alcool, della singletudine, della farsa che avevamo imbastito fin troppo bene). Imbecille io ad aspettare e non chiederti più nulla e imbecille tu a non farmi più parola di quella notte. Sì, ero convinta che me ne avresti parlato E mi cagavo addosso dalla paura di sentire cose che non volevo. Mese dopo mese, mai una parola, obblighi di frequenza a dividere ore che avremmo passato assieme. Poi una stilla di coraggio, convocarti da me, averti davanti e non riuscire a chiederti nulla del discorso provato allo specchio, e mandarti via senza un perché. Smettere di rispondere ai messaggi, smettere di cercarti, smettere di chiedere di te - ma chiedermi sempre, sempre a chi dei due mancavano di più le palle. Smettere di esistere nella tua vita e rimanere ostinatamente fedele a te che non eri stato nulla se non finzione, con la testa il cuore le gambe tutto impenetrabile per mesi, per anni. 

Poi c'è passata la vita in mezzo senza sapere più dove fossimo finiti. Tredici anni.

Un mio ritorno a casa, una casualità burlona e di nuovo te di fronte a me e occhi fuggevoli e infiammati. Sì, sono io. Che fine ho fatto? Che fine hai fatto? Cos'è successo in questo intensissimo frattempo che ha portato entrambi lontanissimi dai progetti con cui eravamo partiti "allora"? Meno capelli e più chili da entrambe le parti, una ruga nel mezzo, ma siamo di nuovo noi come allora e ci guardiamo di sottecchi e ci studiamo. Il frangente, dieci giorni di terribile torturoso frangente formalissimo, non ci ha aiutati a superare l'imbarazzo oltre il "oh che caso!" ed il far finta di non esserci riconosciuti già dalla voce... inutile pagliacciata a cui non ho creduto nemmeno un secondo. E l'ultimo giorno te la butto là: dammi il numero, un caffè e due chiacchiere, e la tua voce accetta ma poi il tuo sms rifiuta perché vorresti, ma se chi è vicino a te ora accettasse un invito equivalente non la prenderesti bene. Un caffè, diomio! Un caffè con una vecchia compagna di studi (o forse è un caffè con una quasi-ex potenzialmente pericolosa? quanto vorrei sapere quale etichetta hai scritto sul ricordo che hai di me...). Lo so che avrei scoperchiato un vaso di Pandora, giù come un ariete dopo questi tredici anni che ci hanno zavorrato a sufficienza per farci rimanere saldi a terra senza alcun pericolo di divagazioni; avrei fatto quelle domande ammuffite, avrei tirato fuori fotografie mentali in comune, senza paura né vergogna, come si fa coi capitoli chiusi. Peccato che quel capitolo è stato abbandonato e non chiuso e qualche risposta serena e distaccata, benché fumosa come tuo solito, l'avrei tanto voluta ricevere e magari dare. E dirti grazie di essere passato nella mia vita, chiederti scusa dei danni che ho provocato alla tua, e salutarci senza carichi pendenti. Per rispetto verso il mio passato, verso la me ventenne fifona e astratta, per dimostrarle quanto fosse cazzona quella paura di sapere. Ma forse anche tu vuoi rispettare il tuo passato e non vuoi farmi/farti domande e non vuoi rispondere alle mie e men che mai hai bisogno del mio grazie e delle mie scuse, forse TU hai scelto di lasciarmi perdere tacendo tredici anni fa e me l'hai confermato ora. Forse non hai scelto ma hai lasciato scegliere me e ti sei adeguato passivamente. Forse ti ho fatto credere che non me ne fregava nulla mentre mi logoravo chiusa in casa sigaretta dopo sigaretta invece di dire le cose in faccia. Forse non te n'è mai fregato nulla. Forse c'hai solamente provato e il vino ti ha aiutato. Forse eri cotto e fifone quanto me.

A quei due ventenni lì spaccherei la faccia, pezzi d'idiota. Poi scrollerei lui e obbligherei lei a fare domande invece che conservarle in formalina per il "meglio tardi che mai". Non sapeva, quella ventenne, che tardi non è meglio ma è tardi e basta. Che la formalina conserva ma non fa tornare viva la carne una volta immersa.
Ma cazzo, la saggezza tardiva non è buona nemmeno come carta igienica.

16 commenti:

  1. Tracanna un pò di "buon vino" aspetta a sentirtelo scorrere nele vene e poi componi IL numero. Le parole verranno da se. E speriamo per te che sia la volta giusta.

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    1. Ho paura di invadere uno spazio che non è più mio - se mai lo è stato in parte. Non ne ho più il diritto. Odio farlo di prepotenza, odio sfondare una barriera che non è sparita quando ho bussato educatamente.

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  2. Arrivi in un momento simile per me. Di domande che non si fanno perché si ha paura delle risposte. Di difese disperate.
    E io non lo so che devo fare ma questo post mi è arrivato allo stomaco.

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    1. Se volevi un consiglio ce l'hai nero su bianco: FAI TUTTE LE DOMANDE ORA. Non lasciarle rinsecchire e invecchiare, non aspettare anni per parlare alla te stessa di oggi con il senno di poi, tanto se il senno c'è nel poi è solo il frutto della faccia di culo di ora.

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  3. Le parole sono importanti. Valgono più di mille pensieri nati e vissuti solo dentro di noi, senza uscire. Sono convinta che vadano dette, e che non sia mai troppo tardi. A seppellirle nei pensieri si è sempre in tempo, ma si corre il rischio di restarne soffocate anche noi.

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    1. Averlo capito prima. Adesso la mia bocca è tutta una domanda, per compensazione.

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  4. ...io come sempre la teoria la capisco alla grande, poi però non metto in pratica. E soffoco nei pensieri.

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    1. regalati qualche domanda di tanto in tanto: sono convinta che può farti solo bene.

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  6. Ti posso mandare un abbraccio?
    Poi sta a te se prenderlo o meno.

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    1. grazie: di abbracci non ce n'è mai abbastanza.

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  7. Io credo nel destino, nella bella storia che niente accade per caso. perchè riaverlo davanti dopo tredici anni? un motivo deve pur esserci, allora forse vale la pena di forzarla un po' la porta, giusto qualche colpo in più.

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    1. perché forzarla? per avere risposte, chiarire malintesi.
      perché lui potrebbe volerla serrare? perché non gli importa più, se mai glie n'è importato; perché sono una stronza patentata ai suoi occhi; perché la sua lei vieta a lui anche di respirare (?!); perché non ha le palle di togliersi il dente; perché scoprire di essere stati dei fessi fa male.
      qualsiasi ipotesi è buona ma il no resta, ed io rispetto il suo no, non ho alcun diritto di forzare la mano. mi spiace, ma la mia vita anche senza questo tassello va comunque avanti bene o male. il destino tesse tele senza chiederci se approvviamo o no... e un no e un sì non fanno un ok.
      grazie per essere passata!

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  8. Non accomunare la tua storia alla mia con Veleno, non provarci nemmeno. Non te lo permetto! Sarebbe come accomunare te a Veleno e non ho mai bestemmiato in vita mia.
    Quello tra voi, quello che c'è stato, quello che non c'è stato e anche quello che avrebbe potuto esserci...tutto è stato puro. E anche se non è ancora il momento per quel caffè, e chissà se verrà mai, quel momento, il tuo bisogno è portato da un affetto cresciuto con voi, che rivederlo ha fatto riaffiorare.
    Credimi che se io avessi vissuto un affetto così sarei andata di corsa a prendere il caffè...è questo che rende la tua storia diversa dalla mia, l'affetto, anche se confuso, mescolato con il vino, aggrovigliato nella giovane età. L'inconsapevolezza di ferire, contro la certezza di farlo, la volontà di farlo.
    Non colpevolizzarti per le domande non fatte e le parole non dette...

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    1. no, ok, ho sbagliato tiro.
      ma quello che volevo farti leggere è lo smarrimento di chi riconosce tardivamente di aver fatto del male, qualcosa che già sospettava all'epoca dei fatti. e la voglia di chiedere scusa e, subdolamente o meno, sincerarsi che l'altro stia più o meno bene nonostante tutto, nonostante il nostro passaggio.
      è che mi preme chiedere scusa, non riesco a non volerlo fare. vado avanti anche senza il suo perdono eppure, egoisticamente, starei meglio con.

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    2. Ecco, la vedi la differenza tra una bella persona ed una m....a? Il tuo smarrimento, il bisogno di sincerarsi che l'altro stia bene.
      Non mi fraintendere, ho capito perfettamente quello che dici, ma non voglio che ti paragoni le tue scuse, spinte da un bisogno e da un affetto sincero, a quelle di un narcisista spinto solo dal suo ego.
      Tu vuoi sincerarti che lui sta bene ed egoisticamente (me è davvero egoismo?) staresti meglio con il suo perdono. Lui non voleva il mio perdono, voleva solo compiacersi di averlo fatto.
      Ho trovato questo post di una dolcezza sconfinata, te di una dolcezza sconfinata, voi di una dolcezza sconfinata...

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dimmi, dai... anche se devi insultarmi o darmi della cretina...