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Un po' (molto po') di me

La mia foto
Sono una wannabe-molte cose: giornalista, fotografa, animatrice, interprete, scrittrice, designer. O per meglio dire sono una WANTED TO, visto che ho scelto una carriera da creativa che mi ha portato al niente disoccupazionale. MA sono anche: figlia unica (e assenteista), moglie mutevole; riciclona seriale con tendenza compulsiva all'ammucchio negli angoli, amica leale, tendente alla puntualità cronica e alla lacrima+sigaretta, professionalmente impeccabile. Contraddittoria e mutevole. Cinica e creativa. Stronza, nella maggior parte dei casi.
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venerdì 25 aprile 2014

Elastici



Tu ed io non ci siamo mai scelti, anzi ci siamo scontrati e rimbalzati ed ammaccati.
Tu ed io, senti? Sei più piccolo di pochi mesi ma sei tu ad avere la meglio, anche se da fuori sembrerebbe che sia io ad aver sempre tirato i fili.

Tu imberbe ed io con zero tette a studiarci l'odore reciprocamente come animali cauti.

Tu coi brufoli e io con gli amorazzi - ma anche viceversa - a lanciarci molliche di confidenza, prendendoci per il culo sfidando la ritrosia.

lunedì 17 febbraio 2014

Stella Polare

Ti guardo. Anche quando non lo sai.
Ti guardo e vedo l'uomo che sei mentre ti fai prendere dallo sconforto del tempo che vola e non ti basta mai, mentre devi fronteggiare la qui presente campionessa del tempo perso. 
Sei caldo come la tua terra, accogliente rifugio dove posso annegare tutta intera abbracciandoti fin tanto che le braccia mi bastano e vorrei delle prolunghe per cingerti tutto intero come fai tu. Sei soffice e sai mimetizzare gli spigoli dove sbatterei altrimenti più spesso di quanto non faccia già, e sorridi con gli occhi come sorridevi sempre anche allora, senza quelle rughe e quegli affanni che ti scavano le orbite. Lo sai, sei bello, ora più di ieri. Ti fa bello la fatica, il sudore e gli sbuffi dell'impazienza che sento addosso nella sacca della biancheria dove dominano le tue tracce di giorni faticati e sozzi per darci un qualcosa in più... per guadagnarci un premietto ogni giorno.
Mi piace guardarti mentre dormi nel bozzolo che mi rubi, in quelle posizioni contorte che mi chiedo in quale geroglifico hai trovato. Mi piace entrare in bagno dopo che sei passato tu e scovare nella nube del tuo profumo i segni di quel passaggio che tutte le volte mi fa un po' sorridere e un po' arrabbiare, ma non ti cambio, non ci sono mai riuscita se non nei particolari che hai accettato di patteggiare.
E mi piace e mi fa arrabbiare il tuo solletico, il tuo schivare il mio. La tua forza usata per farmi rassegnare alle piccole angherie, mentre tu non ti rassegni mai. Più che ottimismo è cocciutaggine, ma ci porta comunque avanti. Siamo una coppia infertile, ma la fertilità è tutta nelle tue mani e nelle mie che fanno assieme, che si intrecciano e coordinano allenate dagli sforzi e dalla pratica.
Mi piaci... nonostante la nostra vita non sia perfetta e nonostante quello che desideriamo non ci sia mai piovuto dal cielo perché siamo maestri nell'arte del boicottaggio inconsapevole. Nonostante a noi la vita non abbia mai fatto sconti. Noi proviamo, proviamo ogni benedetto giorno e che bello poi che è guardarti e scoppiare in una risata liberatoria guardandoci sfatti e soddisfatti. Non avevo idea di come fosse la vita con te... che c'erano tante piccole fregature nel pacchetto; ma non sapevo proprio niente della vita allora. Ho deciso, ho scelto te. Ho fatto cazzate, mi sono pentita, ho cercato di scappare da te e da me stessa. Poi ho scelto ancora te e mi sono accorta che non avevo mai smesso di guardarti. Come la stella polare.
Brilla, brilla ancora. Brillami addosso, sempre.

giovedì 19 settembre 2013

cantavamo, a sproposito (SOUNDTRACK OF MY LIFE #38)

C'era una volta un tempo che, pensavo, ci univa e ci teneva a distanza di sicurezza dal resto (della compagnia, dei ragazzi, del mondo), quel tempo assieme che faceva di me e di te una cosa speciale, inalienabile; c'era un angolo segreto e inesplorato in una soffitta immaginaria delle nostre estati, che conoscevamo solo noi, dove tu eri il re imbranato ma bellissimo e io la sorella-consigliera sveglia e sempre un passo dietro di te, ma felice del suo ruolo. E anche la farsa ci piaceva a tal punto da aver paura di dirci con la chiarezza impietosa "dei grandi" che tu non eri re di nulla ma soltanto un affascinante farfallone impenitente, ed io ero innegabilmente innamorata di te da così tanto tempo da fartele passare tutte lisce anche se il rapporto di complicità e belletto che portavo avanti era meno della metà di quello che volevo - e fai bene attenzione: io non ho mai voluto nulla che non fossi certa di meritare, e ho lavorato e costruito e smontato e trafficato ai limiti della legalità per potermi permettere il lusso di volere che mi amassi, che proprio tu l'inarrivabile amassi proprio me la tizia in seconda fila. Che tu mio fratello arrivassi a volere più di me come sorella. Me lo meritavo tutto.


E intanto facevamo girare in tournée la nostra pièce di amiconi perfetti mai sporcati da secondi fini. Due cuffie, un plaid, le nostre mani strettissime avvinghiate e la tenerezza ammorbante di questa canzone in loop, e le tue lacrime per qualcuna che non ero io e le mie lacrime per qualcuno che potevi essere solo tu, ma tu non volevi vederlo e io non ti lasciavo sbirciare. Parole di un amore di anni, decenni, di una vita intera passata assieme... l'avrei ottenuta con te, ne ero certa. Non c'era una prospettiva realistica del futuro farcita di mutui da pagare, gravidanze difficili, treni su cui saltare per vedersi; c'era solo l'imperativo di stare con te, di essere la faccia accanto al tuo sorriso sornione nelle foto di famiglia e il nome sotto il tuo (in rigoroso ordine alfabetico!) sul campanello di casa.
Ma quanto egoismo in me, quanta cieca tenacia nel raccontarmi la bugia di un amore che non esisteva perché non potevano esistere dei calcoli preventivi su quell'amore, non poteva esistere un piano d'attacco per quanto ben pianificato fosse. Potevo meritarti, potevo esigerti, potevo anche vincerti alla lotteria nazionale ma tu non avresti comunque mai dato una chance a noi due, a dispetto di ogni logica.
Soprattutto della mia logica egoista di bambina cresciuta a pane e meritocrazia.
E' che sul tuo rifiuto cieco ci sono passata sopra con il resto della mia vita e tutte le scelte e tutte le svolte e le volte che ho imparato e quelle che ho continuato a spaccarmi la testa.
Sul meritare le cose buone della vita non ho ancora desistito.
Quindi non mi hai insegnato un bel niente, puoi stare tranquillo.

giovedì 1 agosto 2013

perché castigo? (1991 SOUNDTRACK OF MY LIFE #33)

(edit: no, il titolo non è riferito alla sentenza dell'anno)


Il primo ciclo, il primo camposcuola e i primi terrori di mia mamma che si imbarazzava anche davanti al termine limonare.
Ce ne sarebbero voluti ancora di anni prima che capissi quanto quelle parole pesassero sulla groppa dei miei e perché non volessero sentirmele canticchiare dal walkman in spiaggia, tra un'insalata di riso e i racchettoni. 
Poi le ho capite ed è iniziata l'era dei segretini e segretoni, ma questa è un'altra storia e si dovrà raccontare un'altra volta (cit. Michael Ende, La Storia Infinita).

venerdì 26 luglio 2013

ribelle (1996 SOUNDTRACK OF MY LIFE #32)


Dio mio, quanto mi mancava mio padre.
In quelle sere a cena fatte solo di donne.
In quel bagno che non veniva più chiuso a chiave.
Nei sospiri patetici delle mamme delle amiche che compativano la mia e guardavano storto me e le mie unghie bucate, i miei jeans strappati e l'aria da sfanculizzatevi tutti.




Quanto eravamo poco saggi e ci spezzavamo le ginocchia con quegli affondi acidi che sapevamo avrebbero corroso e che poi, molto poi, molto ORA, ingoiamo di traverso.
Mi sentivo abbandonata e al contempo troppo presente nei suoi pensieri e avrei voluto gridargli se ci tieni tanto a controllarmi muovi il culo invece che il telefono dei tuoi amici e intanto mi infrattavo nei portoni foderati di cannabis e vendevo pelle al miglior richiamo e cercavo alibi a quel bisogno viscerale di mia madre di tirarmi dalla sua parte, senza rendersi conto che ero allo sbando più totale, nel mezzo del tornado, e non sapevo da che parte fosse lei, non avevo punti cardinali.

Se non mi sono mai incasinata davvero, in quegli anni, lo devo solo alla mia buona stella.
Se non ci siamo ammazzati a vicenda, in modo fisico - spiritualmente stiamo ancora contando i cocci - è stato solo culo, sfacciato culo. E paghiamo gli interessi.

giovedì 30 maggio 2013

jukebox (SOUNDTRACK OF MY LIFE #25)


Quelle serate di ritorno dalle prove, infilate noi - e le sigarette, e le chiacchiere che non bastavano mai - nella vecchia carcassa della tua auto che scorrazzava e scorreggiava per tutta la tangenziale.
E questa canzone qui, che giudicavo martellante, urticante, e che tu per tutta risposta adoravi e gracchiavi mentre tenevi il volante.



Era il 2007 se non erro e noi ci eravamo scoperte due anime affini, distanziate negli anni e nella provenienza ma identiche nei traguardi, negli scopi, nell'interpretazione della nostra realtà.
Tu a dormire da me, io a mangiare da te, ognuna ad inaugurare luoghi e persone nuovi nella vita dell'altra; noi due assieme come due sorelle legate a doppio filo, e sembrava strano trovare l'una senza l'altra in quelle rare volte che ci separavamo.
E le scorribande che sono seguite, quelle sono negli annali e già ci compiaciamo di raccontarle con quell'incipit, tiricordiquellavolta?, che ci fa partire in contemporanea la risata di cuore e l'occhiata nervosa, che nessun sarcofago venga aperto mi raccomando.
E questa voce che canta, che ho imparato ad amare, che parla dell'accettazione, delle idee che si plasmano per compiacere. Noi non ci siamo mai compiaciute anche a costo di scornarci e scordarci, ma torniamo sempre nei nostri abbracci.

sabato 18 maggio 2013

succede che (nuovo post cazzone)

Riflettevo su questo: quanto di noi, qui nella blogosfera, rimane dietro al nickname come un bambino che, timido e impaurito, abbraccia da dietro le gambe della madre e fa cucù con la testolina? Quanto vogliamo far uscire di noi, quanto ci sentiamo liberi di parlare?
Ovviamente è una scelta farlo e la percentuale di verità... o meglio franchezza che ci concediamo viene fuori volta per volta da una corsa ad ostacoli con i filtri del nostro "supposto" anonimato. Supposto perché alcuni di noi mettono nome, cognome, codice fiscale e numero di scarpe, altri il profilo di FB e il Twitter, mentre io no, io filtro tutto: in questo blog (e nel precedente, che è linkato sotto il menu) ho scelto di essere sincera con me stessa per quanto concerne le mie sensazioni - quelle non le filtro, perché mi farei un torto se non mi concedessi di mollare il guinzaglio qui su questa carta virtuale - a discapito della mia riconoscibilità e del vostro dare un nome e una faccia a me che scrivo (come anche a tutti i personaggi del mio palco). La scelta era ed è quotidianamente tra questo e mettere nome e cognome ma dover scrivere di me in modo falsato.

E' per questo che ho aggiunto qui di fianco un modulino per i messaggi privati, in modo che chi vuole possa comunque comunicare con me in separata sede. Non dirò "non ho niente da nascondere" perché da nascondere ho, come quasi tutti, quella fetta di sacrosanti cazzi miei che non voglio dare in pasto alle mie quotidiane frequentazioni - cielo, sclero così spesso su di loro che mi troverei immersa in una enorme vendetta collettiva se mi facessi leggere! - ma che qui nella blogosfera posso rilasciare a prendere aria, certa che i suddetti cazzi miei rimarranno miei anche se li leggete voi, per un tacito compromesso tra lettori - stavo per scrivere peccatori... sì, un confessionale di gruppo - che pare funzionare. Alcuni blogger di esperienze passate sono entrati nella mia vita con nome cognome e riferimenti personali eloquenti, ci siamo stretti un po' di più, con alcuni ho condiviso caffè sigarette uromaki gelati suole consumate, con altri ho chattato mezze nottate di frivolezze e massimi sistemi, altri ancora mi hanno testato come semplice amica-dei-tempi-morti. E con alcuni rincorriamo senza disperare un incontro che si procrastina nel tempo. Belle personcine e storie vere, concrete dietro di loro. Speciali e normali, speciali perché normali, come tutti qui dentro, tutti quelli che hanno qualcosa da dire senza bisogno di un faro puntato addosso.

Dicevo questo in merito ad una riflessione sulla sincerità che mi è uscita fuori qualche sera fa in un pomeriggio solo-donne attorno ad un tavolino di un hammam. Ci si chiedeva se siamo sincere tra noi cinque e quanto, invece,  filtriamo e taciamo perché abbiamo paura del giudizio di chi ci è davanti - che ci conosce da una vita, beninteso, e che ci ha visto fare cose indicibili in passato (per alcune questo passato è prossimo). Eppure qualcuna di noi, colta da improvvisa disinibizione, riesce comunque a sorprenderci - e, ecco, io sono quella della riformulazione/edulcorazione dei pensieri, del sarcasmo come stile di vita. Non ho solitamente la faccia di parlare così nella forma e nella sostanza, magari preferirei scriverlo, ma anche no... magari accennerei come ne accenno dal vivo se proprio devo. Magari fatemi inciuccare e poi restatemi a sentire, coglietemi in un quarto d'ora incazzatissimo da camallo-mode:ON, magari ascoltatemi allo stadio (stendiamo un velo pietoso sul Mr Hyde che lo stadio tira fuori da me) ma sottoscrivete che nulla verrà tramandato ai posteri, per favore.
Lascio degli stralci di conversazione-post-hammam a imperitura memoria di noi cinque, della disinibizione unita al sarcasmo (comune) ed alla possibilità di essere un po' spietate.
- l'altra sera ero mezza appisolata sul divano da sola e ho tirato giù una puzza che levati, lui dopo un po' ha scostato il plaid tutto ingrifato per infilarmi le mani sotto il pigiama e c'è rimasto di merda!
- eh, sarà stato ispirato dall'eau de cacarel.
- e comunque il mio ultimo p_mp_no puzzava di morto.
- (A) ma hai controllato che fosse vivo, sì?
- (B) sui polsi c'era anche la puzza dei fiori della camera mortuaria?
- (C) non oso immaginare togliergli le scarpe.
- e quindi sta stronza di suocera* chiama mentre faccio lo spezzatino e si autoinvita per il caffè, a quell'ora!
- e tu non hai saputo dire di no?!
- beh, quando mi sono accorta che nella casseruola ci stava ancora della carne e //frase interrotta
- o cazzo, ma sei una cannibale.
- ma non l'avrei fatta a pezzi da viva. L'avrei soffocata, prima. Un po' di delicatezza.
Se qualcuno mi conoscerà attraverso mezzi più personali, non se ne abbia a male ma, quando imposto un rapporto su un certo (alto) grado di sincerità, questo è quel che ne esce.

Se volete vi presento le mie amiche.

*ridondanza.

giovedì 16 maggio 2013

sedile contro sedile (SOUNDTRACK OF MY LIFE #23)



La colonna sonora di tanti nostri viaggi, di tanti nostri traslochi, di tante "corse" sull'autostrada perché tra il bancomat rotto e la crostata che ancora doveva cuocere gli amici ci aspettano a cena e siamo in ritardo e dobbiamo farci ancora 50km.
E nonostante tutti i nostri errori, tutta la strada macinata invano senza aver chiara la meta, tutte quelle senza sbocco e tutte quelle piene di buche, siamo ancora qui e ci crediamo alle ruote, ai sobbalzi, al volante che tieni tu e a me che smanetto con la colonna sonora della nostra vita.

mercoledì 1 maggio 2013

intrighi notturni

Inizio a sospettare di essere un po' disturbata.
Ma forse chi legge lo sospetta già da tempo.

Insomma, stanotte ho sognata che il mio ex, il Cucciolo, quello per cui ho riempito il mio primo blog... si suicidava.
E si suicidava proprio dopo avermi per caso incontrato ad una manifestazione casereccia a cui partecipavo col Consorte, in quell'ambito che tanto piace a noi due e che a lui proprio proprio non è MAI interessato. E non ci si diceva parola. Sguardi, imbarazzati, sorpresi, terrorizzati da una qualche voglia di spifferare tutto (sua) e di rivalersi a distanza di anni (mia). Smarrimento palpabile, "che si taglia con un grissino" insomma. 
E nel tempo di un battito di ciglia vengo a sapere che si è ucciso, si è buttato dalla porta-finestra della sua camera. Torno in quella casetta con le travi a vista (no, non è casa sua, ovvio, ma nel sogno sembro non farci caso) ed osservo la sua camera così in ordine e nemmeno una porta-finestra, anzi, c'è giusto un lucernaio. Domande ovvie nella mia testa. E i giornali che titolano "si uccide per amore" e uno stralcio di un suo addio dove scrive roba tipo "mi hai ammazzato, maledetta, tornando con lui". Ok... parla di me. E mò che cavolo troveranno nel suo pc? la mia presenza inequivocabilmente nel ruolo della donna che l'ha fatto dannare, le prove dei nostri accoppiamenti animali, le chat solecuoreamore, i litigi, i resoconti. E le cartoline che gli spedivo, i bigliettini dei regali, le compilation che ci masterizzavamo. Un ammasso di ricordi - li avrà cancellati, buttati, bruciati? Per una volta mi auguro di non aver lasciato traccia nella sua esistenza, ma poi no, lo conosco abbastanza per sapere che non ha eliminato nulla, anche solo per maledirmi e masturbarsi (anche in ordine inverso) con quei pensieri su carta e su schermo. 
E mentre gestisco male questa baraonda di timori esce fuori la sua ex - quella che c'era prima di me e un po' durante, quella da cui s'è fatto lasciare per essere esclusivamente (oddio, esclusivamente un cazzo, come ho scoperto poi) ufficialmente mio. Quella che nel frattempo mi eleggeva a sua confidente e alleata, inconscia cornuta ma comunque contenta di esserselo tolto di dosso, e al cui sbocciare assistevo, presa bene nell'apprezzarla laddove lui l'aveva detestata. E questa sua ex era diventata una strafiga e ammetteva pubblicamente alla stampa che lei non gli aveva fatto alcun male e che si riteneva estranea alla cosa. Nel mio cervelletto c'era un gran tifo affinché si addossasse quella colpa non sua, pulendo me semmai fossi uscita fuori. Che paura che il mio nome potesse saltare fuori. Sentirmi una Merda con la M maiuscola per il Consorte, per l'ex/amica, per il mio comodo segretuccio sbattuto in cronaca per disattenzione. No, per lui non ero dispiaciuta a livello personale. 


Non oso tirare le somme di questo sogno.
intanto buona festa dei lavoratori a chi lavora... e buone speranze a chi no.

giovedì 25 aprile 2013

visto che ti va tutto bene (SOUNDTRACK OF MY LIFE #20)


Perché sei uno stronzo, mi hai fatto divertire mentre la giostra girava e quando hai deciso di non farmi girare più non mi hai lasciato neppure il gettone-ricordo, ma hai cercato di farmi credere che dovevo averlo in tasca, che cretina, per fare ancora un altro giro, un giorno non meglio specificato.
E tu e tutti i tuoi amici a guardarmi come un fenomeno da baraccone. Ma crescete, cazzo. Prendetevi delle responsabilità, non vi avvelena mica. Smettete di voler stare bene voi e soltanto voi e fanculo il resto.
E come mi hai tradito, e come ti ostinavi a indossare i panni dell'animale ferito, e quanto a lungo e con quanta convinzione hai insabbiato qualsiasi prova, anche la più inequivocabile, di quelle corna.
Tu e le tue lacrime puttane, tu che ci credevi come un bimbo crede al topolino dei denti, tu ed i sogni che mi propinavi senza avere mezza idea di come attuarli; tiravi a campare e pretendevi che ti insegnassi io a vivere, ma quando ti accorgevi che era faticoso perseguire obiettivi mandavi tutto in vacca.
Il più bel ricordo che mi hai lasciato tra le gambe non vale la pena di scomodarmi una descrizione, non più. E, a parte quello (anzi no, mettiamo nel conto anche qualche lezioncina orizzontale), so di essere fin troppo generosa a depennarti dalla lista dei miei debitori: basta che tu sia sparito. Che io ti abbia fatto sparire. Che il cielo si sia slabbrato per dividerci.
Quattro anni fa.
E' stata una grossa fortuna farmi ferire da te, digerire, poi guarire, saperti dire addio.

sabato 20 aprile 2013

fantasmi in formalina

Era ancora il millennio scorso quando eravamo amici, io e te.

Eravamo due pischelli a scuola casualmente assieme, ci contendevamo i voti migliori, ci alleavamo contro la prof di Tecnica mentre a me spuntavano le tette e a te i baffi. Mai troppo legati, sempre sul filo della competizione. E le prese per i culo, ricordi?, quando mi ammazzavo con gli ostacoli, o quando ci misero una notaccia credendo che facessimo i compiti in classe a quattro mani. Seee vabbè.

Poi tu e la tua moto siete spariti, un'altra scuola e altre amicizie, e il mio batticuore acerbo e nebuloso per te è scemato a metà inizio. Mi hai incontrato una volta in centro con il moroso, che veniva anche lui a scuola con noi, e sembrava che avessi dimenticato il nostro cameratismo.


Un secolo più tardi un'amica comune ci ha fatti rivedere. Piccola la nostra cittadina eh?, e tu eri un uomo fatto e finito, uno che usciva da una storiaccia di corna subite da quella bionda stronza che studiava due file dietro di me in facoltà e che per cinque-anni-cinque ti aveva tenuto il cuore nel pugno. E tu, vedovo di gonne e di voglia di studiare, c'hai messo radici in quelle aule, vicino a me a tracciare proiezioni tridimensionali e diagrammi del tuo corso mentre ti usavo come cavia per i miei esperimenti sulla percezione del colore e riempivamo di caricature il retro delle mie dispense.

Ma anche io uscivo - ed entravo - in una storia, di quelle di sesso e sudore e sentimenti (suoi) da tenere a guinzaglio corto, con quel belloccio che piaceva tanto alla nostra amica in comune e che per questo dovevo tenere segreto, il più possibile pubblicamente distante da me. Così dal cilindro abbiamo tirato fuori quella conveniente farsa di me-e-te-assieme per far rosicare la tua ex e desistere il mio trombanemico. Eravamo bravi, tremendamente bravi a fingere di appartarci, a  lanciarci occhiate fintoamorose e invece eravamo ancora due vecchi amici che si volevano bene, il secchione e il maschiaccio un po' cresciuti. Eravamo così bravi che ci sono cascati i miei, i tuoi, le amiche, gli amici: faceva comodo dire che stavamo assieme, era sia la strada più breve per definire il nostro affiatamento sia una grande strategia difensiva... anche senza più attacchi, anche quando la tua ex ha cambiato facoltà, anche quando il trombanemico è stato cacciato dal mio letto. Due ottimi attori perseveranti, chapeau.

Ma io dovevo complicarmi la vita, io dovevo innamorarmi di te in quella maniera ebete e smembrante che a vent'anni si conosce bene - e chiudere con il trombanemico perché no, non ci riuscivo proprio più a vivere dissociata. Figuriamoci che non provavo più alcuna pulsione verso nessun altro - assurdo! improvvisamente coerente, sincronizzata, consapevole e perfino un pizzico retta! Per ogni sospiro finto ce n'era uno vero che speravo, per ogni cinema a due c'era un bracciolo di troppo, per ogni passaggio in auto sognavo un epilogo romantico. E no, non veniva mai. Eravamo sempre io e te, sempre da soli, sempre in quelle situazioni con inciucio quasi d'obbligo - che una coppia sul nascere avrebbe pagato per avere a portata di mano - e tu nulla, e io nulla.
Gelosi per finta, assieme per finta: un disastro che quasi quasi mi rassegnavo. Anzi mi ero rassegnata senza neppure provare a vedere cosa, perché, perché no. Sentivo che era impossibile e mi rifiutavo di sperare. Fino al nuovo millennio, alla sera delle risate ammezzate, di un tavolino fumoso in un pub con le mie amiche appena dietro di noi ad analizzarci, e in corpo due litri di vino rosso scelto da te, quello buono, per rilassarci, per passare l'esame del gineceo. Lo sai che ti sei scelto la condanna, sì? Lo sai che hai scelto di flirtare come mai fino ad allora, di allungare le mani verso le mie guance, di superare quella barriera educata ed asettica che ci definiva ancora amici, alleati, e sei arrivato di proposito oltre. Sei arrivato a non ricordare dove avevamo parcheggiato, a prendere la strada di casa mia, a fermarti a metà tragitto senza dare spiegazioni, a chiedermi di cambiare la stazione radio. Non avevamo più bisogno di fingere ora che nessuno ci controllava più. La sbornia, sì, va bene, faccio finta di crederci anche se siamo entrambi vigili. E quelle parole mitragliate senza preavviso addosso a noi



tra dire e fare tra miele e sale 
resto a sentire i tuoi pensieri per me
che fanno rumore
e tu lasciami 
fare 
a me basta restare un po' 
un po' di tempo a parlare insieme a te 
solo a parlare 
non voglio fare l'amore 
a me basta guardarti un po' 
guardare i tuoi movimenti così lenti che 
mi fai sentire che 
fammi sentire che 
Perché le abbiamo canticchiate? Melense, stupide. Troppo insaporite di quella bolla di vino e batticuore. Decisamente golose come antipasto alle tue labbra prepotenti sulle mie, alle tue mani isteriche nella frenesia di scostare i capelli miei, i tuoi, i miei, aggrovigliati come i pensieri che ho lasciato fuori dalla cinquecento. Smessa la finzione pubblica di essere una coppia, cosa avevamo combinato in quell'auto, da soli? Due ore di baci, baci-e-basta, come se fossimo tornati indietro ai nostri tredici anni, senza volere di più, senza respirare, senza una parola. Baci e ancora baci e mai a sufficienza, ché le labbra fredde soffrivano nei 200 secondi da lì a casa mia, e baci baci baci e la buonanotte e il "ci vediamo domani".

E quel domani non eri dove dovevi essere e io non rispondevo ai tuoi squilli. Perché? Per valutare, dicevo, ma valutare cosa benedetta ragazza, cosa c'è da valutare e rimestare nel calderone di quello che avevo sognato e ottenuto? C'era una spiegazione, anzi due: una che bramavo (che tu eri innamorato di me, ma timidissimo come sempre non osavi) e una che temevo (colpa dell'alcool, della singletudine, della farsa che avevamo imbastito fin troppo bene). Imbecille io ad aspettare e non chiederti più nulla e imbecille tu a non farmi più parola di quella notte. Sì, ero convinta che me ne avresti parlato E mi cagavo addosso dalla paura di sentire cose che non volevo. Mese dopo mese, mai una parola, obblighi di frequenza a dividere ore che avremmo passato assieme. Poi una stilla di coraggio, convocarti da me, averti davanti e non riuscire a chiederti nulla del discorso provato allo specchio, e mandarti via senza un perché. Smettere di rispondere ai messaggi, smettere di cercarti, smettere di chiedere di te - ma chiedermi sempre, sempre a chi dei due mancavano di più le palle. Smettere di esistere nella tua vita e rimanere ostinatamente fedele a te che non eri stato nulla se non finzione, con la testa il cuore le gambe tutto impenetrabile per mesi, per anni. 

Poi c'è passata la vita in mezzo senza sapere più dove fossimo finiti. Tredici anni.

Un mio ritorno a casa, una casualità burlona e di nuovo te di fronte a me e occhi fuggevoli e infiammati. Sì, sono io. Che fine ho fatto? Che fine hai fatto? Cos'è successo in questo intensissimo frattempo che ha portato entrambi lontanissimi dai progetti con cui eravamo partiti "allora"? Meno capelli e più chili da entrambe le parti, una ruga nel mezzo, ma siamo di nuovo noi come allora e ci guardiamo di sottecchi e ci studiamo. Il frangente, dieci giorni di terribile torturoso frangente formalissimo, non ci ha aiutati a superare l'imbarazzo oltre il "oh che caso!" ed il far finta di non esserci riconosciuti già dalla voce... inutile pagliacciata a cui non ho creduto nemmeno un secondo. E l'ultimo giorno te la butto là: dammi il numero, un caffè e due chiacchiere, e la tua voce accetta ma poi il tuo sms rifiuta perché vorresti, ma se chi è vicino a te ora accettasse un invito equivalente non la prenderesti bene. Un caffè, diomio! Un caffè con una vecchia compagna di studi (o forse è un caffè con una quasi-ex potenzialmente pericolosa? quanto vorrei sapere quale etichetta hai scritto sul ricordo che hai di me...). Lo so che avrei scoperchiato un vaso di Pandora, giù come un ariete dopo questi tredici anni che ci hanno zavorrato a sufficienza per farci rimanere saldi a terra senza alcun pericolo di divagazioni; avrei fatto quelle domande ammuffite, avrei tirato fuori fotografie mentali in comune, senza paura né vergogna, come si fa coi capitoli chiusi. Peccato che quel capitolo è stato abbandonato e non chiuso e qualche risposta serena e distaccata, benché fumosa come tuo solito, l'avrei tanto voluta ricevere e magari dare. E dirti grazie di essere passato nella mia vita, chiederti scusa dei danni che ho provocato alla tua, e salutarci senza carichi pendenti. Per rispetto verso il mio passato, verso la me ventenne fifona e astratta, per dimostrarle quanto fosse cazzona quella paura di sapere. Ma forse anche tu vuoi rispettare il tuo passato e non vuoi farmi/farti domande e non vuoi rispondere alle mie e men che mai hai bisogno del mio grazie e delle mie scuse, forse TU hai scelto di lasciarmi perdere tacendo tredici anni fa e me l'hai confermato ora. Forse non hai scelto ma hai lasciato scegliere me e ti sei adeguato passivamente. Forse ti ho fatto credere che non me ne fregava nulla mentre mi logoravo chiusa in casa sigaretta dopo sigaretta invece di dire le cose in faccia. Forse non te n'è mai fregato nulla. Forse c'hai solamente provato e il vino ti ha aiutato. Forse eri cotto e fifone quanto me.

A quei due ventenni lì spaccherei la faccia, pezzi d'idiota. Poi scrollerei lui e obbligherei lei a fare domande invece che conservarle in formalina per il "meglio tardi che mai". Non sapeva, quella ventenne, che tardi non è meglio ma è tardi e basta. Che la formalina conserva ma non fa tornare viva la carne una volta immersa.
Ma cazzo, la saggezza tardiva non è buona nemmeno come carta igienica.

giovedì 7 marzo 2013

lungomare (SOUNDTRACK OF MY LIFE #13)

1996, estate.

Occhi bistrati di pece che si affacciavano su di un mondo nuovo. 
Cambidge e poi Norwich e la contea. Occhi francesi, belli da ammutolire e arricciare le erre ad ogni parola, incartare fiato caldo nella sabbia e crogiolarsi come lucertole sotto il vento del'east. Occhi canadesi verdi che ti veniva spontaneo ridefinire la parola "verde", vicinivicini e da tutt'altra parte come spiritelli capricciosi. Occhi inglesi, cupi, nuvolosi, abbracciati a lentiggini ironiche e a sigarette sempre un po' più cariche. Mettevo i rollerbade e via, occhiocchiocchiocchi - crossroad - occhiocchiocchiocchi - subway - occhiocchiocchiocchi. Le mani della mia amica del cuore da stringere forte ad ogni semaforo pericoloso, ad ogni vetrina che metteva in mostra quel cd che, quel poster di.
Un viale lungo la spiaggia, panchine cotte dal sole, birre in lattina e tovaglie di carta rapite dalla brezza lungo quel mattonato che pareva infinito, ospitava aquiloni garruli e pascolo di vite giovani come noi. Canoe da pulire e campanelli da suonare. Indirizzi da scambiare per raccontarci che torneremo ancora qui a cantare fumati sdraiati sulla moquette lercia di un appartamento di chissà chi che sa d'incenso e scopate, e correremo fino al pontile inventando parole a metà strada, e noleggeremo un po' di felicità come facevamo allora.

giovedì 28 febbraio 2013

gl'Undicianni (SOUNDTRACK OF MY LIFE #12)

Il catechismo, le gite, la rete di pallavolo, la me con le trecce lunghissime che schermava il rossore dietro due occhialoni da secchiona. Bubble-gum da spiaccicarci in faccia, braccialetti a molla che lasciavano i lividi, e in mezzo un fermoimmagine.
Quegli occhioni blu e i denti grossi, sporgenti, una cancellata ordinata di sorrisi che mi shakeravano il cuore... oh, quel cuore, ingenuotto. Quanto batteva per lui: in pullman incrociandolo per caso, nascondendo il buco nero di lui abbracciato alla più figa della scuola, calpestando le sue stesse scale più di dieci anni dopo, in un dipartimento di filosofia dove "mai davvero - maimaimai - pensavo di rivederti qui".Una marmaglia di ormone femminile in subbuglio per lui, ma io no, io non volevo farne parte. Io tacevo, forse speravo? e attendevo che passasse, o che lui si accorgesse di me.
E poi gli scivoli, le altalene, la nebbia intrappolata in quei libri portati a mano e slabbrati corsa dopo corsa. Sua mamma e il suo clacson per farci spostare. Il suo fratellino dolcissimo che riempivo di baci e slanci disinteressati. 
E i lacci dei miei scarponi da trekking al campo-scuola, che intrecciava così bene, così da grandi.
E grandi non lo eravamo lì, allora, e non lo siamo nemmeno ora, David, ora che le tue parole atterrano sulla carta stampata col tuo nome in copertina. 




Chissà se mai hai avuto la misura di quanto ti adorassi. 
La mia prima cotta, mai ammessa.

giovedì 17 gennaio 2013

counting on a new beginning (SOUNDTRACK OF MY LIFE #9)



Estate della maturità.

E nel cuore un'infatuazione cerebrale fortissima per qualcuno di troppo vecchio, troppo sbagliato, troppo altrove in un mondo che avrei conosciuto poi, molto poi, sincronizzando le affinità e dandogli ragione alla fine dei giochi.
E questa canzone a farmi sbiellare di bruttobrutto.
E Parigi, e luoghi visti con occhi di speranza qualche mese più tardi.

giovedì 27 dicembre 2012

Boccioli (SOUNDTRACK OF MY LIFE #6)


1996.

Un'estate intera, un autunno, un inverno.
Libri, sigarette, amorazzi e noi quattro scalmanate in giro come mine vaganti a canticchiarcela, a strimpellarla, a mangiare gelati e vita a grossi morsi per non lasciarne colare via il sapore disciolto nel tempo, ché sì, non ci mancava allora. Non avevamo il fiato sul collo, avevamo fiato e basta. Anche mentre ce la fumavamo in circolo avevamo abbastanza fiato da ridere a crepapelle e litigare e stingerci un po' di più coi segni delle dita e dei denti addosso, appartenendoci.
Mi mancano quelle quattro: la signorina per bene, la pazza maschiaccia, la depressa nella nube, e la romantica dark... che ero io. Se guardo quelle foto, metto a fuoco solo gli occhi: quei focherelli non sono cambiati.

giovedì 20 dicembre 2012

Primo, prima (SOUNDTRACK OF MY LIFE #5)



Il primo bacio: non si scorda mai. Era il '92.

E adesso, chissà dove sono quelle due pozze blu che annegavano nelle mie, quasi identiche.

Chissà dov'è quel sapore di strada spianata davanti a noi, in quali cespugli laterali s'è impigliato, su quali altre labbra - più giovani, meno deluse - prende ora un sole nuovo.
Chissà dov'è finito quel juke-box, quell'altalena, quel muro d'edera.
E chissà se tua sorella s'è mai sentita un'emerita stronza ad avermi telefonato al tuo posto, per coprire la tua mancanza di palle, quando hai deciso che volevi lasciarmi. Ma me ne sono fatta una ragione dopo tutta questa vita in mezzo... sai com'è!

giovedì 22 novembre 2012

e pioveva dentro (SOUNDTRACK OF MY LIFE #1)

Ho deciso di aderire a questa iniziativa.
Perchè sono una spammona, e perchè a pelle me la sento addosso.




Estate... no: estati.

1997. Un qualcosa che puzzava di amore, mai corrisposto, sbrindellato e consumato come un kleenex, che mi moriva tra le mani senza alcuna spiegazione.

2000. Nostalgia di persone, di luoghi, di odori al di là del mare. Nostalgia di cos'ero fin tanto che avevo chiamato quella "casa".

2007. Gelosia. Un'altra, quella ufficiale, a crogiolarsi intere giornate sotto il sole. Un'altra a condividere il letto. Io a maledire un cielo arido che non sapeva rispondermi.

lunedì 19 novembre 2012

Risalgono le bolle

Preventivi.
E dal pc, quello del Consorte, viene sputata via un'intro strana.
Faccio finta di non accorgermene, concentrati cazzo concentrati. Quattro nominativi, telefonare per il formato, lato utente, il pianoforte rintocca, dio mio, adesso no, quei ricordi ammuffiti di nuovo a galla no, stavano così bene laggiù. 
Beh, ora tiro via, numero le seznoni, cazzo, le  S E Z I O N I , le mie parole, quelle erano le mie parole, il nostro ultimo abbraccio come se lo sapessero, e metto del blu, pioveva da fare schifo, tutto grigio dentro quella Punto, due righini facili facili e risolvo la questione delle illustrazioni, ma se la sta anche canticchiando, ma come? come fa a canticchiarla? non lo sa quanto ho pianto, quanto stomaco c'ho sbriciolato e schiantato sopra queste parole, no che non lo sa, è normale: sono la sua solita moglie isterica, anche quello rientrava nella norma, "abbassa che poi il vicino ci bussa, lo sai che dorme qui a fianco" e che palle, ho rotto la punta della biro!, andava cancellato, veloce, velocissimo, era tutto sbagliato anche se dovevamo per forza quadrarlo quel maledetto cerchio, a suon di craniate e ossa rotte ma non si è mai lasciato plasmare, mai, appallottolo il foglio grondante, dov'è già che ho il notes? girati e chinati... il cassetto, quello in basso, tanto il notes non c'è e lo so già. E adesso chinati e morditi un labbro, fatti male male male scava quella fossa e buttaci dentro tutto, definitivamente, resisti al bisogno di crogiolarti nei ricordi brutti, smettila tanto sapevi dall'inizio che era sbagliato, che non sarebbe sopravvissuto, che un giorno lui avrebbe cercato qualcos'altro, rovista e intanto chiudi gli occhi, non lasciarli bruciare, niente aloni sugli occhiali, attenta che sei ancora truccata fingi che non sia successo nulla, mai, negli ultimi sette anni a sballottarti fuori e dentro le tue scelte del menga, piazzato a gambe divaricate come una lavandaia che inzuppa e strofina la tua testa nell'acido, un inferno un inferno e voglia di urlare, chissà se il suo inferno brucia ancora, se l'ha coltivato, se è riuscito a riprendere possesso di quei colori che gli ho requisito, chissà No, ma anche no... eh? che ho detto? boh... canticchiavo! Senti... mi metti la Pausini per favore?