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Un po' (molto po') di me

La mia foto
Sono una wannabe-molte cose: giornalista, fotografa, animatrice, interprete, scrittrice, designer. O per meglio dire sono una WANTED TO, visto che ho scelto una carriera da creativa che mi ha portato al niente disoccupazionale. MA sono anche: figlia unica (e assenteista), moglie mutevole; riciclona seriale con tendenza compulsiva all'ammucchio negli angoli, amica leale, tendente alla puntualità cronica e alla lacrima+sigaretta, professionalmente impeccabile. Contraddittoria e mutevole. Cinica e creativa. Stronza, nella maggior parte dei casi.
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venerdì 25 aprile 2014

Elastici



Tu ed io non ci siamo mai scelti, anzi ci siamo scontrati e rimbalzati ed ammaccati.
Tu ed io, senti? Sei più piccolo di pochi mesi ma sei tu ad avere la meglio, anche se da fuori sembrerebbe che sia io ad aver sempre tirato i fili.

Tu imberbe ed io con zero tette a studiarci l'odore reciprocamente come animali cauti.

Tu coi brufoli e io con gli amorazzi - ma anche viceversa - a lanciarci molliche di confidenza, prendendoci per il culo sfidando la ritrosia.

venerdì 25 ottobre 2013

leggére da lèggere (SOUNDTRACK OF MY LIFE #41)


Mi è capitato quel quaderno in mano oggi, e c'era un nome ricorrente. Un nome che avrebbe anche potuto non esserci, visto che non mi era stata data alcuna speranza al di là della data di scadenza apposta sul retro dalla macchinetta della prenotazione.
Ma mi logoravi lo stesso, proprio perché sapevo di volere e potere ma di non potere. Perché tu volevi ma non potevi, e quindi non potevi. E tu mi avresti dimenticato, ma non così facilmente, ed io ti avrei dimenticato ancor peggio, e ci saremmo potuti incolpare a vicenda di aver, un giorno, mollato la presa - ci hai rinunciato prima tu - no, prima tu - no tu... E ci saremmo scritti (e io avrei subìto le tue Asenz'Acca e tu la carta da lettere NajOleari), una volta al giorno una volta a settimana una volta al mese e poi gli auguri di Natale e poi cambiare via, cambiare città, cambiare vita. E la vita sarebbe andata su e giù da sola per i suoi tornanti e un po' quell'affetto mi avrebbe abbracciato ancora con quel suo effluvio di gratitudine, disincanto, tenerezza. Storie leggere dell'età, cantano, e di leggero non hanno nulla in quel momento, mentre ora sembrano piumine.
Quello che non sapevo è il sapore di quelle due lacrime piombate a tradimento nel sorriso della mia calligrafia di quattordicenne stecchina. Quella voglia di rivederti ora, magari stempiato, magari con una nidiata di bimbi biondissimi e un'auto che gracchia portandosi via i vostri culi inguainati nei costumi come quella vecchia scatoletta color ocra di tua mamma vent'anni fa si portò via te. Dirti grazie, dirti che mi hai lasciato un bel ricordo e un'ottima piccola cicatrice che non fa male ma serve come appiglio per quando scivolo via di dosso a me stessa.

Dirti ciao. Come fosse ieri.

giovedì 19 settembre 2013

cantavamo, a sproposito (SOUNDTRACK OF MY LIFE #38)

C'era una volta un tempo che, pensavo, ci univa e ci teneva a distanza di sicurezza dal resto (della compagnia, dei ragazzi, del mondo), quel tempo assieme che faceva di me e di te una cosa speciale, inalienabile; c'era un angolo segreto e inesplorato in una soffitta immaginaria delle nostre estati, che conoscevamo solo noi, dove tu eri il re imbranato ma bellissimo e io la sorella-consigliera sveglia e sempre un passo dietro di te, ma felice del suo ruolo. E anche la farsa ci piaceva a tal punto da aver paura di dirci con la chiarezza impietosa "dei grandi" che tu non eri re di nulla ma soltanto un affascinante farfallone impenitente, ed io ero innegabilmente innamorata di te da così tanto tempo da fartele passare tutte lisce anche se il rapporto di complicità e belletto che portavo avanti era meno della metà di quello che volevo - e fai bene attenzione: io non ho mai voluto nulla che non fossi certa di meritare, e ho lavorato e costruito e smontato e trafficato ai limiti della legalità per potermi permettere il lusso di volere che mi amassi, che proprio tu l'inarrivabile amassi proprio me la tizia in seconda fila. Che tu mio fratello arrivassi a volere più di me come sorella. Me lo meritavo tutto.


E intanto facevamo girare in tournée la nostra pièce di amiconi perfetti mai sporcati da secondi fini. Due cuffie, un plaid, le nostre mani strettissime avvinghiate e la tenerezza ammorbante di questa canzone in loop, e le tue lacrime per qualcuna che non ero io e le mie lacrime per qualcuno che potevi essere solo tu, ma tu non volevi vederlo e io non ti lasciavo sbirciare. Parole di un amore di anni, decenni, di una vita intera passata assieme... l'avrei ottenuta con te, ne ero certa. Non c'era una prospettiva realistica del futuro farcita di mutui da pagare, gravidanze difficili, treni su cui saltare per vedersi; c'era solo l'imperativo di stare con te, di essere la faccia accanto al tuo sorriso sornione nelle foto di famiglia e il nome sotto il tuo (in rigoroso ordine alfabetico!) sul campanello di casa.
Ma quanto egoismo in me, quanta cieca tenacia nel raccontarmi la bugia di un amore che non esisteva perché non potevano esistere dei calcoli preventivi su quell'amore, non poteva esistere un piano d'attacco per quanto ben pianificato fosse. Potevo meritarti, potevo esigerti, potevo anche vincerti alla lotteria nazionale ma tu non avresti comunque mai dato una chance a noi due, a dispetto di ogni logica.
Soprattutto della mia logica egoista di bambina cresciuta a pane e meritocrazia.
E' che sul tuo rifiuto cieco ci sono passata sopra con il resto della mia vita e tutte le scelte e tutte le svolte e le volte che ho imparato e quelle che ho continuato a spaccarmi la testa.
Sul meritare le cose buone della vita non ho ancora desistito.
Quindi non mi hai insegnato un bel niente, puoi stare tranquillo.

giovedì 5 settembre 2013

mille riassunti e uno (SOUNDTRACK OF MY LIFE #36)


Quel bacio arrivato mentre mi ero appisolata senza alcuna difesa accanto a lui.
Quell'inverno, lunghissimo, in cui non ci siamo parlati. Quelle sette righe sette in stampatello che mi toglievano l'aria, ma non lo schianto cardiaco che aveva innescato suo malgrado, anno dopo anno, sempre più amici, sempre più vicini, senza riuscire a vedere oltre.

quando dormo taglia bene l'aquilone
togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace

Io imbambolata di fronte al suo non vedere, non capire, non cogliere la bellezza di quella storia che andava semplicemente lanciata in aria per farle prendere un po' di vento e farla arrivare in alto. E invece no: lui mi negava il diritto di immaginare le folate che ci avrebbero sostenuto. Si ostinava a rimanere razionale, cinico, incantato solo da se stesso. Una razionalità stampatella, un filo logico che obbligava a negare tutto quel groviglio di sentimenti che ci aveva portato fin lì.

pattini per scivolare meglio sopra l'odio

Lui scappava da me, scappava da un'esplorazione finalmente autentica di un rapporto che stava evolvendo. Lui rimaneva staticamente appeso ai suoi schemi asfittici e mi faceva rabbia, tanta rabbia da prenderlo a calci in ogni sua estensione ossea. Ma quei sorrisi stampati sulle foto della nostra infanzia fluidificavano la rabbia, la rendevano una comoda discesa da percorrere per dimenticare la verità, assai più difficile da spiegare.

ti ho perduto senza cattiveria

Eggià, se ne è andato così, in silenzio, senza mettere alcun punto, senza lapidare quell'amica pubblicamente colpevole di essersi innamorata di lui. Era una colpa gravissima ai suoi occhi che non ammettevano repliche né discostamenti dalle definizioni scolastiche e filosofiche con cui etichettava i suoi rapporti. Mai una sfumatura, mai una concessione al "quasi" e al "forse".

non c'è niente che mi sposta o vento che mi sposterà

E' rimasto così, appeso ai suoi cruciverba emotivi pieni di buchi neri, ed in una qualche casella scura ha infilato anche me e tutta la strada percorsa assieme sbagliando e risbagliando. Ci ha infilato la complicità dei sette anni, le confidenze dei dodici, le corse in vespa dei sedici e la pelle appiccicata alla mia della maggiore età.
Eccomi inscatolata lì nei ricordi da non ripescare.
Eccolo inscatolato qui nelle note delle nostre canzoni che prendono muffa e mi costringono a dare aria, a volte, a quell'archivio.

E non ci sei più.

giovedì 29 agosto 2013

girarti attorno (SOUNDTRACK OF MY LIFE #35)

Ci sono tornata poco tempo fa, sai, lì su quelle panchine, ma le hanno riverniciate e sono scomparsi i nostri cuori di uniposca. Anche la fontanella, quella che quando tappavi un buco mi lavavi interamente con lo zampillo dell'altro, l'hanno tolta. Non posso più cascare nei tuoi scherzi al di là di qualsiasi tardiva applicazione dell'esperienza... mi infradicerei volentieri ancora, sai.
E gli odori, anche gli odori pare che siano cambiati. Si sente di più lo smog, le palettate di cacca di cane gettate tutte assieme a marcire nei bidoncini. Si sente meno entusiasmo nell'aria, forse perché non ci sei più tu con me.


Hanno tolto tutto di noi, come si fa con la camera del morto da svuotare per accelerare la digestione del dolore; tutti i rosari invisibili di illusioni tra un ramo e l'altro, i ciottoli su cui ruzzolavamo senza mai farci male davvero, l'altalena dal cigolio così maliziosamente allusivo per noi grandi a cui pesava il culo e anche un po' il cuore e non avevamo ancora imparato ad alleggerirlo... 
E la luna ci guardava notte dopo notte, ogni plettro perso nell'erba alta dell'estate infinita, ogni morso al collo che meno male che ho sempre la bandana in borsa e tenerti il broncio con convinzione puttanesca mentre avevo quella bomba atomica chiamata innamoramento che mi allargava il petto e strappava via bottoni ferretti e pelle e schizzava di grumi di sangue pulsante ogni attimo della mia adorazione per te. 

Ma era un'altra estate, di quelle che hanno ritirato dal mercato.

giovedì 15 agosto 2013

scongelare ricordi, riscaldare sogni (SOUNDTRACK OF MY LIFE #34)



Passano gli anni, la strada si fa sempre più nitida e gli incroci sono sempre più rari e  pericolosi. Eppure certi pensieri, certi ricordi, certe "sliding doors" fanno riemergere sogni a casaccio e sono ancora tiepidi, ci vuole poco a ritrovarne il sapore anche in mezzo a tutta quella vita che gli s'è stratificata sopra. Ci vuole poco a ritornare indietro e constatare che bastava mandare un messaggio in più, sorridere una volta di meno, ordinare un the piuttosto che del prosecco. O viceversa.
E, mentre tu sorseggi un margarita e ci anneghi una giornata pesante come le tue palpebre piene di noia, io ti guardo da lontano e non riesco a scollarmi dalla pelle la sicurezza nuova di giornata che, se avessi una vita in più, riuscirei a scegliere te, tredici anni fa o adesso... e scegliere tutto quello che a te portava, e renderti felice come mi ero ripromessa, ed essere sfacciatamente felice anche io, perché ora so che ce l'avremmo potuta fare.

Ma non ho una vita di scorta e non ho neppure scuse a sufficienza per questo revival di emozioni scongelate. Rimango con tutti i miei errori nelle mani, li amo profondamente e non riesco a tradirli. Tutti, eccetto quello che mi portò via da te.

Un'ora... Un giorno... Una vita, cosa vuoi che sia?

lunedì 22 luglio 2013

di elfi, api-fatine e una voce dal passato

Metti che una vecchia conoscenza dell'adolescenza che tu ricordi coi baffi della nutella si intestardisca che vuole cantare, nella vita.


Metti che cresca cresca, diventi grandicello e ci riesca, dopo qualche amena vicissitudine sul grande schermo >> e qualche critica e maldicenza che tutto sommato lo destabilizzano ma non troppo, ché è abituato da sempre alle prese in giro e a scrollarsele di dosso.

Metti che ti faccia presente (perché tu sei svampita e non controlli mai periodicamente certe informazioni), in un qualsiasi pomeriggio di giugno che segue un << inverno un po' pieno di impegni di lavoro, che passerà dalle tue parti a fare serata, in beneficienza poi.
Che fai? Non ci vai? Saresti una sòlaccia infame, oltre che un culo di cemento.
(leggete, ve ne prego, il sarcasmo di questa autocommiserazione)


Ecco quindi il mio sabato scorso.
Le prove, madonna ma quanti ne sò? quei poverini sotto il sole dalla mattina che cantano, li sento da lontano mentre gli altoparlanti fischiano, il signorino cazzeggia e mi sventolo con la fotocopia più grossa che m'è rimasta infilata in fondo alla borsa. Sembro una via di mezzo tra una profuga e una profuga... ssst sono in incognito.
E quelle robe lì, so' luminose, funzionano con... no, non ti seguo o forse tu non me le sai spiegare, forse dovrei chiedere ad un tecnico ma preferisco rimanere un'elfa e incantarmi quando si accenderà la magia.
Sorrisi, battute, api moleste fin sul palco e the freddo al miele come se piovesse.
Un completo (Zegna? hmmm) blu notte che a vederlo schiatto pure io. Cipria, cipria, tanto sudi lo stesso. E che te lo dico a fà!
Sigaretta preparatoria mejo de no, tutti ai posti. Ahò l'esercito è carico, và li striscioni
Una scaletta che si inceppa, sembrano sbarellati stasera: dimenticano canzoni e le riprendono e lui ci fa anche dell'autoironia. Via quella muta blu, è madido. Pantaloncini e cappellino da pischelletto e così si zompa meglio, no? Però con la barba non sei credibile.
E da quand'è che suoni così?!



E si muove e si dimena e le manda tutte nelle galassie sperdute degli ormoni latenti; gigionissimo, provocatore, ha imparato oramai a imputtanirsi in questo gioco di attese e di lustrini da elargire alle folle. La Maria Antonietta del regno degli elfi distribuisce brioches di ottima qualità con la voce e con i muscoli guizzanti, 'tacci sua. Ogni volta è meglio, ogni volta s'alza il pelo un po' di più. E' la prima volta che mi spatascia davanti tutto il concerto da così vicino, che me lo spoilera prima con navigata saccenza, eppure non c'è niente che tenga tese le mie corde: è sempre lui, magari cresciuto, ma non rovinato. Piange di pianto vero, cardiaco, è un bambino in mezzo al caos che riesce ancora a sentire battiti, vita oltre la spia dell'auricolare. 

E si spengono i riflettori ma non è finita. Il mio stomaco vuoto mi fa sapere che ha mangiato così tanta musica e sensazioni positive che sì, vado a cena e continuo a sentirlo sparare una cazzata dietro l'altra e neppure si risparmia sulla voce, come se fosse appena uscito dalla doccia fischiettando, ma quell'insalata mi si strozza in gola dalle risate intanto che lui si scofana anche le gambe dei tavoli. Eddaje non me fà le foto co la bocca piena!
E davanti ad una Marlboro consolatoria ti dico buonanotte. Riposa, ché domani la carovana si rimette in moto. Tieni bene la voce. Tieni bene il cuore, piccoletto.

giovedì 6 giugno 2013

Agosto dopo Agosto (SOUNDTRACK OF MY LIFE #26)

Era il 4 Dicembre 2008, quando sull'"altro" blog scrivevo:
Di pagine ne ho scritte parecchie a lui, per lui, su di lui, e fiumi di parole dolci e salate a parlarne con gli occhi umidi ed orgogliosi di migliore amica - quella definizione che mai ci siamo detti in faccia, che ci andava quasi stretta tanto era grosso quello che condividevamo.
Fino a 10 anni fa.
E poi oggi una foto, un nome, quasi 1000 km di distanza - ma cosa vuoi che siano se il mio cuore ti vuole bene come allora, o forse meglio, di un sentimento nato per caso e cresciuto per gioco e che anche con tutto questo silenzio non se n'è mai voluto andare via da me.
Il tuo nome mi fa sorridere, poi pensare, poi ricordare, ed ho voglia di urlare quanto bene ti voglio ancora, Fratellone mio, anche se non so più cosa fai, come stai, cosa sei diventato, e tu non lo sai di me. Ma so che sei sempre stato una persona migliore di me e che non sei mai riuscito a smontarmi quest'idea.
Se allungo una mano, mi sembra di sentire la tua stretta.
E lo scrivevo col cuore in mano.



E poi ci siamo detti che siamo grandi abbastanza da farci delle sorprese, quelle che avverti un'ora prima che quei 1000 km si sono liquefatti di fronte alle nostre facce di culo e sì, sono sotto casa tua, sempre che tu abiti ancora qui dove mandavo le lettere, e non mi è passata per la testa alcuna paura di infastidirti: perché sei tu, e sono venuta a portarti un Consorte da conoscere ma in cambio voglio tua moglie e la tua bimba da inglobare per qualche ora in queste braccia che diventano grandissime quando si congiungono con le tue che ne sono il naturale proseguimento.
E poi ce lo siamo ridetti e ridetti e l'Autosole e il Frecciabianca sono diventati alleati. E magari tra qualche anno, chi lo sa, faremo tutti assieme quella vacanza in Terrasanta che ci promettiamo da due decenni.

Ma come facevamo, da piccoli, a stare lontani anche 8 mesi di fila? Come facevamo a farci dediche in radio peggio degli innamorati e stare su un'interurbana così inter da farci dimenticare la paghetta? Come facevamo ad arginare l'assalto dei miei e dei tuoi che ci volevano assieme, più assieme di così, senza capire che il nostro assieme era oltre le loro idee, che lo è stato da sempre. Che ci manca solo il sangue in comune. In 28 anni avremmo potuto farne di trasfusioni... 

sabato 20 aprile 2013

fantasmi in formalina

Era ancora il millennio scorso quando eravamo amici, io e te.

Eravamo due pischelli a scuola casualmente assieme, ci contendevamo i voti migliori, ci alleavamo contro la prof di Tecnica mentre a me spuntavano le tette e a te i baffi. Mai troppo legati, sempre sul filo della competizione. E le prese per i culo, ricordi?, quando mi ammazzavo con gli ostacoli, o quando ci misero una notaccia credendo che facessimo i compiti in classe a quattro mani. Seee vabbè.

Poi tu e la tua moto siete spariti, un'altra scuola e altre amicizie, e il mio batticuore acerbo e nebuloso per te è scemato a metà inizio. Mi hai incontrato una volta in centro con il moroso, che veniva anche lui a scuola con noi, e sembrava che avessi dimenticato il nostro cameratismo.


Un secolo più tardi un'amica comune ci ha fatti rivedere. Piccola la nostra cittadina eh?, e tu eri un uomo fatto e finito, uno che usciva da una storiaccia di corna subite da quella bionda stronza che studiava due file dietro di me in facoltà e che per cinque-anni-cinque ti aveva tenuto il cuore nel pugno. E tu, vedovo di gonne e di voglia di studiare, c'hai messo radici in quelle aule, vicino a me a tracciare proiezioni tridimensionali e diagrammi del tuo corso mentre ti usavo come cavia per i miei esperimenti sulla percezione del colore e riempivamo di caricature il retro delle mie dispense.

Ma anche io uscivo - ed entravo - in una storia, di quelle di sesso e sudore e sentimenti (suoi) da tenere a guinzaglio corto, con quel belloccio che piaceva tanto alla nostra amica in comune e che per questo dovevo tenere segreto, il più possibile pubblicamente distante da me. Così dal cilindro abbiamo tirato fuori quella conveniente farsa di me-e-te-assieme per far rosicare la tua ex e desistere il mio trombanemico. Eravamo bravi, tremendamente bravi a fingere di appartarci, a  lanciarci occhiate fintoamorose e invece eravamo ancora due vecchi amici che si volevano bene, il secchione e il maschiaccio un po' cresciuti. Eravamo così bravi che ci sono cascati i miei, i tuoi, le amiche, gli amici: faceva comodo dire che stavamo assieme, era sia la strada più breve per definire il nostro affiatamento sia una grande strategia difensiva... anche senza più attacchi, anche quando la tua ex ha cambiato facoltà, anche quando il trombanemico è stato cacciato dal mio letto. Due ottimi attori perseveranti, chapeau.

Ma io dovevo complicarmi la vita, io dovevo innamorarmi di te in quella maniera ebete e smembrante che a vent'anni si conosce bene - e chiudere con il trombanemico perché no, non ci riuscivo proprio più a vivere dissociata. Figuriamoci che non provavo più alcuna pulsione verso nessun altro - assurdo! improvvisamente coerente, sincronizzata, consapevole e perfino un pizzico retta! Per ogni sospiro finto ce n'era uno vero che speravo, per ogni cinema a due c'era un bracciolo di troppo, per ogni passaggio in auto sognavo un epilogo romantico. E no, non veniva mai. Eravamo sempre io e te, sempre da soli, sempre in quelle situazioni con inciucio quasi d'obbligo - che una coppia sul nascere avrebbe pagato per avere a portata di mano - e tu nulla, e io nulla.
Gelosi per finta, assieme per finta: un disastro che quasi quasi mi rassegnavo. Anzi mi ero rassegnata senza neppure provare a vedere cosa, perché, perché no. Sentivo che era impossibile e mi rifiutavo di sperare. Fino al nuovo millennio, alla sera delle risate ammezzate, di un tavolino fumoso in un pub con le mie amiche appena dietro di noi ad analizzarci, e in corpo due litri di vino rosso scelto da te, quello buono, per rilassarci, per passare l'esame del gineceo. Lo sai che ti sei scelto la condanna, sì? Lo sai che hai scelto di flirtare come mai fino ad allora, di allungare le mani verso le mie guance, di superare quella barriera educata ed asettica che ci definiva ancora amici, alleati, e sei arrivato di proposito oltre. Sei arrivato a non ricordare dove avevamo parcheggiato, a prendere la strada di casa mia, a fermarti a metà tragitto senza dare spiegazioni, a chiedermi di cambiare la stazione radio. Non avevamo più bisogno di fingere ora che nessuno ci controllava più. La sbornia, sì, va bene, faccio finta di crederci anche se siamo entrambi vigili. E quelle parole mitragliate senza preavviso addosso a noi



tra dire e fare tra miele e sale 
resto a sentire i tuoi pensieri per me
che fanno rumore
e tu lasciami 
fare 
a me basta restare un po' 
un po' di tempo a parlare insieme a te 
solo a parlare 
non voglio fare l'amore 
a me basta guardarti un po' 
guardare i tuoi movimenti così lenti che 
mi fai sentire che 
fammi sentire che 
Perché le abbiamo canticchiate? Melense, stupide. Troppo insaporite di quella bolla di vino e batticuore. Decisamente golose come antipasto alle tue labbra prepotenti sulle mie, alle tue mani isteriche nella frenesia di scostare i capelli miei, i tuoi, i miei, aggrovigliati come i pensieri che ho lasciato fuori dalla cinquecento. Smessa la finzione pubblica di essere una coppia, cosa avevamo combinato in quell'auto, da soli? Due ore di baci, baci-e-basta, come se fossimo tornati indietro ai nostri tredici anni, senza volere di più, senza respirare, senza una parola. Baci e ancora baci e mai a sufficienza, ché le labbra fredde soffrivano nei 200 secondi da lì a casa mia, e baci baci baci e la buonanotte e il "ci vediamo domani".

E quel domani non eri dove dovevi essere e io non rispondevo ai tuoi squilli. Perché? Per valutare, dicevo, ma valutare cosa benedetta ragazza, cosa c'è da valutare e rimestare nel calderone di quello che avevo sognato e ottenuto? C'era una spiegazione, anzi due: una che bramavo (che tu eri innamorato di me, ma timidissimo come sempre non osavi) e una che temevo (colpa dell'alcool, della singletudine, della farsa che avevamo imbastito fin troppo bene). Imbecille io ad aspettare e non chiederti più nulla e imbecille tu a non farmi più parola di quella notte. Sì, ero convinta che me ne avresti parlato E mi cagavo addosso dalla paura di sentire cose che non volevo. Mese dopo mese, mai una parola, obblighi di frequenza a dividere ore che avremmo passato assieme. Poi una stilla di coraggio, convocarti da me, averti davanti e non riuscire a chiederti nulla del discorso provato allo specchio, e mandarti via senza un perché. Smettere di rispondere ai messaggi, smettere di cercarti, smettere di chiedere di te - ma chiedermi sempre, sempre a chi dei due mancavano di più le palle. Smettere di esistere nella tua vita e rimanere ostinatamente fedele a te che non eri stato nulla se non finzione, con la testa il cuore le gambe tutto impenetrabile per mesi, per anni. 

Poi c'è passata la vita in mezzo senza sapere più dove fossimo finiti. Tredici anni.

Un mio ritorno a casa, una casualità burlona e di nuovo te di fronte a me e occhi fuggevoli e infiammati. Sì, sono io. Che fine ho fatto? Che fine hai fatto? Cos'è successo in questo intensissimo frattempo che ha portato entrambi lontanissimi dai progetti con cui eravamo partiti "allora"? Meno capelli e più chili da entrambe le parti, una ruga nel mezzo, ma siamo di nuovo noi come allora e ci guardiamo di sottecchi e ci studiamo. Il frangente, dieci giorni di terribile torturoso frangente formalissimo, non ci ha aiutati a superare l'imbarazzo oltre il "oh che caso!" ed il far finta di non esserci riconosciuti già dalla voce... inutile pagliacciata a cui non ho creduto nemmeno un secondo. E l'ultimo giorno te la butto là: dammi il numero, un caffè e due chiacchiere, e la tua voce accetta ma poi il tuo sms rifiuta perché vorresti, ma se chi è vicino a te ora accettasse un invito equivalente non la prenderesti bene. Un caffè, diomio! Un caffè con una vecchia compagna di studi (o forse è un caffè con una quasi-ex potenzialmente pericolosa? quanto vorrei sapere quale etichetta hai scritto sul ricordo che hai di me...). Lo so che avrei scoperchiato un vaso di Pandora, giù come un ariete dopo questi tredici anni che ci hanno zavorrato a sufficienza per farci rimanere saldi a terra senza alcun pericolo di divagazioni; avrei fatto quelle domande ammuffite, avrei tirato fuori fotografie mentali in comune, senza paura né vergogna, come si fa coi capitoli chiusi. Peccato che quel capitolo è stato abbandonato e non chiuso e qualche risposta serena e distaccata, benché fumosa come tuo solito, l'avrei tanto voluta ricevere e magari dare. E dirti grazie di essere passato nella mia vita, chiederti scusa dei danni che ho provocato alla tua, e salutarci senza carichi pendenti. Per rispetto verso il mio passato, verso la me ventenne fifona e astratta, per dimostrarle quanto fosse cazzona quella paura di sapere. Ma forse anche tu vuoi rispettare il tuo passato e non vuoi farmi/farti domande e non vuoi rispondere alle mie e men che mai hai bisogno del mio grazie e delle mie scuse, forse TU hai scelto di lasciarmi perdere tacendo tredici anni fa e me l'hai confermato ora. Forse non hai scelto ma hai lasciato scegliere me e ti sei adeguato passivamente. Forse ti ho fatto credere che non me ne fregava nulla mentre mi logoravo chiusa in casa sigaretta dopo sigaretta invece di dire le cose in faccia. Forse non te n'è mai fregato nulla. Forse c'hai solamente provato e il vino ti ha aiutato. Forse eri cotto e fifone quanto me.

A quei due ventenni lì spaccherei la faccia, pezzi d'idiota. Poi scrollerei lui e obbligherei lei a fare domande invece che conservarle in formalina per il "meglio tardi che mai". Non sapeva, quella ventenne, che tardi non è meglio ma è tardi e basta. Che la formalina conserva ma non fa tornare viva la carne una volta immersa.
Ma cazzo, la saggezza tardiva non è buona nemmeno come carta igienica.

venerdì 19 aprile 2013

spalle al muro (SOUNDTRACK OF MY LIFE #19)



Roma Pincio 1998.

Io sotto una cupola rossa a pois bianchi, tu sotto un cappuccio D&G.

Una resa dei conti dove hanno pianto anche i dodicimila cieli delusi di noi.

Troppa vigliaccheria per rimetterci in gioco. Troppo astio, troppe proiezioni e aspettative destinate ad aspettare sotto una pensilina eterna.
Eravamo così piccoli e indossavamo sentimenti troppo grandi.

giovedì 21 marzo 2013

tempo perso (SOUNDTRACK OF MY LIFE #15)



Dove sarai, anima mia, tu che l'anima me l'hai bruciata quasi per intero, tu che mi hai fatto male di un male che annienta, che taglia le gambe e toglie la luce alle giornate?
Sarà che sono una persona piccola e pessima, ma non riesco ad augurarti buona vita, né a perdonarti, anche se è passata metà della mia vita da quel giorno. Non è, il perdono, tra le armi in mio possesso per archiviare quel dolore. E' ancora rancore, è voglia di schiaffeggiarti e di esigere un perché, quel perché che suonerebbe così inutile nella mia vita ora. Non mi hai mai consentito di mettere il punto; mi hai lasciato nel limbo del silenzio e dell'odio.
Ma non posso smettere di pensare che quel distruggermi di proposito fosse così sterile, così falso rispetto agli anni spesi a costruire qualcosa di buono.
Lontano da me. Nel 1997 lo volevi tu, e adesso sei storia, ma una storia che avrei voluto evitare.
Ho sprecato troppo tempo e troppo cuore ad abituarmi alla tua presenza e molto di più a rassegnarmi alla tua fuga ed ai calcinacci che hai sparso ovunque.
Bastardo.

giovedì 28 febbraio 2013

gl'Undicianni (SOUNDTRACK OF MY LIFE #12)

Il catechismo, le gite, la rete di pallavolo, la me con le trecce lunghissime che schermava il rossore dietro due occhialoni da secchiona. Bubble-gum da spiaccicarci in faccia, braccialetti a molla che lasciavano i lividi, e in mezzo un fermoimmagine.
Quegli occhioni blu e i denti grossi, sporgenti, una cancellata ordinata di sorrisi che mi shakeravano il cuore... oh, quel cuore, ingenuotto. Quanto batteva per lui: in pullman incrociandolo per caso, nascondendo il buco nero di lui abbracciato alla più figa della scuola, calpestando le sue stesse scale più di dieci anni dopo, in un dipartimento di filosofia dove "mai davvero - maimaimai - pensavo di rivederti qui".Una marmaglia di ormone femminile in subbuglio per lui, ma io no, io non volevo farne parte. Io tacevo, forse speravo? e attendevo che passasse, o che lui si accorgesse di me.
E poi gli scivoli, le altalene, la nebbia intrappolata in quei libri portati a mano e slabbrati corsa dopo corsa. Sua mamma e il suo clacson per farci spostare. Il suo fratellino dolcissimo che riempivo di baci e slanci disinteressati. 
E i lacci dei miei scarponi da trekking al campo-scuola, che intrecciava così bene, così da grandi.
E grandi non lo eravamo lì, allora, e non lo siamo nemmeno ora, David, ora che le tue parole atterrano sulla carta stampata col tuo nome in copertina. 




Chissà se mai hai avuto la misura di quanto ti adorassi. 
La mia prima cotta, mai ammessa.

domenica 17 febbraio 2013

Marco e basta


Chi mi segue dai precedenti blog lo sa: la settimana di San Remo, quando c'è LUI, mi impongo il silenzio stampa.
E' una scaramanzia, ma potete vederci un nonsoché di sacro nel mio raccoglimento con macumbe, santini di Mike e via dicendo.

Ora posso dirlo: torno a respirare.
Bravo, piccoletto.


giovedì 20 dicembre 2012

Primo, prima (SOUNDTRACK OF MY LIFE #5)



Il primo bacio: non si scorda mai. Era il '92.

E adesso, chissà dove sono quelle due pozze blu che annegavano nelle mie, quasi identiche.

Chissà dov'è quel sapore di strada spianata davanti a noi, in quali cespugli laterali s'è impigliato, su quali altre labbra - più giovani, meno deluse - prende ora un sole nuovo.
Chissà dov'è finito quel juke-box, quell'altalena, quel muro d'edera.
E chissà se tua sorella s'è mai sentita un'emerita stronza ad avermi telefonato al tuo posto, per coprire la tua mancanza di palle, quando hai deciso che volevi lasciarmi. Ma me ne sono fatta una ragione dopo tutta questa vita in mezzo... sai com'è!

martedì 9 febbraio 2010

Quella voce a Sanremo

(frivola e incoccolonata nel batticuore)


Perchè quest'anno ho comprato Sorrisi.

Volevo leggere le sue parole prima di ascoltarle.
Volevo sapere che quel sorriso sornione, davanti a delle tegliette di alluminio del cinese da asporto, era vero e motivato.
Volevo essere orgogliosa di quell'abbraccio, di quella complicità, della finzione di una fan come tutte le altre e di quel sms furtivo per scappare un po' a raccontarci di noi, in barba alla Sony, in barba alla tabella di marcia, in barba al divieto di fumare (e allora le Marlboro te le compro io). 
Mezzora, forse un'ora? Mi sono ubriacata dei suoi sorrisi, delle ciglia che fendevano l'aria.
Ho fatto il pieno di "ma dajeeee" e dello scampolo di tempo rubato per dirci di noi, filtrati appena, imboscati lontano dalle grida.
Dirci sottovoce del mio matrimonio, del suo stress, raccontarci del nostro passatopresentefuturo e poi chi lo sa.
L'ho stretto come se fosse ancora quel pischellino morbido di un tot di anni fa, anche adesso che è uno spilungone osannato... sì, ammetto che anche io lo osanno. Ma non dimentico chi è, da dove viene, cos'è che chiama "casa".
Sembrava di spezzargli le costole, in quell'abbraccio. Volevo fosse vicino al cuore, vicino al mio coraggio e alla mia sfrontatezza diluita nel sangue, per dargliene un po' anche se ne ha da vendere. Una sublime faccia di culo.



Ora mi aspettano 5 giorni di puro patema, per cui mi autoproclamo in silenzio-stampa come ho fatto da Settembre a Dicembre, su questo argomento. Dimenticherò di cucinare e prenderò la forma della poltrona?

Buona fortuna.

venerdì 17 luglio 2009

Amore suicida (post kilometrico per i più coraggiosi)

Passo su facebook in una delle mie sporadiche apparizioni, mi capita sottomano la foto d'un amico d'infanzia, ripenso a suo fratello e vado a cercarlo tra i suoi amici per vedere che faccia ha oramai.

E' stato uno di quegli amori che dilaniano, il mio per lui, il mio G.. Un amore nato a 10 anni con due tiri ad un pallone e cresciuto anno dopo anno, vacanza dopo vacanza, all'ombra del paese dove i miei (ed i suoi) si sono sposati. Sai quegli amorazzi che a 10 anni non sai nemmeno cosa sono ma ti fanno colorare le guance come un pagliaccio... e tu sogni la notte che ti dia un bacio come quello di Anthony con Candy, come quello tra Georgie e il suo principe azzurro. Parametri così, fumettistici.

Dopo qualche anno però ero evoluta a desiderare un bacio in penombra stile Dirty Dancing o Top Gun... e intanto lui mi aveva "assunto" come confidente, perchè sì, io avevo proprio il tipico carattere della ragazzina un po' maschiaccio, quella con cui i ragazzi si sentono a loro agio e che mai vedrebbero come una con cui provarci. Ecco, lui mi trattava come un fratellino minore ed io gli morivo dietro, storiella dopo storiella che consumava.


A 17 anni, dopo l'ennesimo inverno passato a consumare fogli su fogli per colmare quei 200equalcosa km, ho tante cose da raccontargli io, per una volta. Che a Maggio ho conosciuto un tipino che mi ha preso troppo, che ci sono andata a letto ("G.! E tu che dicevi che saresti stato il primo di noi due a farlo...") e che la nostra pseudostoria è naufragata perchè lui è tornato con l'ex. 

E G.?, chiederete voi. G. era sempre lì spalmato sul fondo del cuore, incrostato, incagliato, da non andare più via. Ma dopo 7 anni mi ero rassegnata al mio ruolo: quell'amore sarebbe rimasto a farmi compagnia assieme ai nostri voli pindarici, l'avrei lasciato scemare senza dire nulla, perchè era troppo crudele rovinare la nostra amicizia (n.d.N.: amicizia un par di ciufoli visto che io non ero così disinteressata come lui credeva!) d'altronde non era lui a dire che "la nostra non è amicizia; è un gradino più su... siamo fratello e sorella, è quanto di più sacro io abbia mai avuto"...?


E poi una notte, mentre pisolavamo dopo l'ennesima serata a guardare le stelle cadenti, mi ha baciato.


Bastardo lurido schifoso ipocrita.

Incoerenza allo stato puro. Mi sono svegliata del tutto e "Perchè l'hai fatto?" "Non lo so, forse per amore". E tutte quelle sicurezze che avevo costruito hanno fatto un bel volo in picchiata fino all'inferno... un inferno agrodolce però.
Una settimana a tenerlo distante, per capire e fargli capire cosa volevamo davvero l'uno dall'altra. Voglia di assaggiare di nuovo quelle labbra, voglia di sentire ancora il fiato sul collo un attimo prima di chiudere gli occhi e finalmente non dover più soltanto immaginare che ci sia lui con me. Lo amavo, sì, come si può amare a 17 anni, quell'amore suicida, totale, alienante, che sembra possa mettere sottosopra l'universo per un suo sorriso. Volevo lui, ma lo volevo alle mie condizioni, e lui tentennava, non capiva, era troppo confuso dalle cento ochette che gli giravano attorno, gelose del mio ruolo di sorella. Così una sera siamo fuggiti dal capannello degli amici e siamo corsi alla moto, uno dei nostri soliti giri di chiacchiere e sigarette. Ma questo sapeva già di proibito mentre metteva in moto.


E abbiamo fatto l'amore... o qualcosa che ci andava vicino. Era la sua prima volta. E' stato semplicemente unico.


Poi è arrivato il ritorno a casa, il ritorno a scuola, la sua richiesta di lasciarlo stare, ché "ho frainteso, mi spiace averti illuso". Ecco qua: dall'Olimpo privato di confidente-sorella-amante alla banale feccia di pseudoex scaricata. Una cartolina mesi dopo "mi manchi" (n.d.N.: cazzo vuoi da me? hai fatto tutto tu...) - ed io mi ero chiusa a riccio: MAI più, mai mai mai più gli avrei permesso di guardarmi negli occhi. 

"Pronto signora, c'è N.?" "mamma, lo so che è G., ma tu digli che non ci sono, oppure digli che non voglio parlarci, se anche si offende non mi importa" (n.d.N.: a 18 anni avere il cellulare era un lusso...). Inzuppavo cuscini, orsacchiotti, mi facevo le unghie nere e poi le bucavo con gli spilli. Cazzo che fatica disincrostarlo dal fondo del cuore, cancellare quelle scarne dolci ore disperate. Fratello e sorella? Ma se era un gradino più su... solo una cosa c'è più su, possibile che non volesse rendersene conto?!



Tornata l'estate, festa di un'amica comune. Corso di respirazione preparto per prepararmi all'evento. Eccolo lì, bello come il sole, sorridente, dispiaciuto, tenero, il mio principe azzurro dei miei 10 anni. Lo guardavo e vedevo nel suo viso gli anni passati, pomeriggio dopo pomeriggio a cementare quell'unione. I suoi compiti di Latino, le cacce al tesoro organizzate, l'amaca all'ombra per fare i cruciverba, la nostra panchina, i dibattiti sulla psicologia, sbucciare l'aglio assieme, spiegargli come si usa un tampax... Potevo gettare tutto questo alle ortiche per rimanere sul mio stallo d'orgoglio, visto che stava ritrattando tutto?

Ed eccoci ancora a letto su quelle lenzuola di cotone tessute dalle nostre nonne, sudori mescolati a umori mescolati a quegli occhi verdi fissi nei miei, quelle ciglia che mi carezzavano il cuore, dolci da piangere. Gli appartenevo, era innegabile, si sentiva da come mi impastava, da come mi sollevava come cristalleria con la grazia e la sicurezza d'un innamorato. Ma dopo una settimana non mi ha più voluta. Di nuovo, e definitivamente. Non più uno sguardo, un sorriso, un cenno: diventata trasparente ai suoi occhi, MAI esistita. E senza alcuna spiegazione: mi ha ignorato dall'oggi al domani.


Sono passati 12 anni, G., e il tuo sorriso è sempre lo stesso. Mascalzone birichino, eterno Peter Pan, tu non crescerai mai. Non c'è in fondo a quegli occhi la saggezza di chi ha sofferto, non c'è alcuna traccia di coscienza. Sei bello, bello da morire, da vendere l'anima al diavolo ed io ero ad un passo dal regalargliela in cambio di te. Ma era un suicidio volerti amare a tutti i costi, perchè tu non volevi nemmeno provare a farlo.

Chissà ora dove sei, fratellino bastardo. Chissà quante anime hai fatto vendere per averti, chissà quante vite hai lasciato sul lastrico. La mia non l'hai avuta: potevi girartela su un dito se avessi voluto. Ci rivedremo mai? E ci comporteremo poi da adulti o tu presumibilmente terrai ancora lo sdegno dell'adolescente verso di me? Perchè sai, aspetto ancora la risposta ad una domanda che non ti ho mai fatto: se eravamo fratello e sorella, se il nostro era un legame sacro, se forse è stato per amore... dimmi, nci hai mai veramente creduto come ci ho creduto io?

... forse non voglio sentirla, quella risposta.

mercoledì 28 gennaio 2009

Sogno o son fessa?

Basta, basta, basta.

Mi sono svegliata in un lago di sudore e cercando a tastoni la sveglia che aveva interrotto un magico e angosciosissimo amplesso con il mio non-ex.

Un amplesso nel quale lui era più bello che mai, più virile ed elegante che mai, ed io tremendamente in imbarazzo per quella che sono diventata, con palate di ciccia molle addosso e la sensazione di non piacergli più una volta raddoppiato il mio volume. E lui che invece mi teneva e rigirava come un fuscello e non si parlava pur se nella mia testa mille domande si affrettavano a distrarmi, prima fra tutte quel "ma non sei felice con tua moglie?" non detto ma al quale lui rispondeva sicuro: "perchè non abbiamo mai provato a sentirci una coppia?". E ricordo, vivida, accecante, la sensazione di volere un figlio da lui, lì, in quel preciso momento.


Io lo odio. 
Correggo: mi odio.



Ho cercato di costruire per lui e il suo ricordo (e rimpianto, sì) una stanzetta abbastanza confortevole nel marasma dei miei pensieri. Ho cercato di murarla affinchè non avesse voglia di andare a zonzo. Ho cercato di convincermi che nessuna donna sana e razionale può desiderare di sentirsi il suo oggetto personale e sentirne poi la mancanza. Ho provato ad augurargli buona vita senza calcolare che ce l'ho con lui, con quel suo sfacciato sorriso d'altri tempi, con le sue mani dolci, con quell'adorarmi così privato e... ingestibile. 
Sì, ce l'ho con lui. Mi catturò e mi fece credere di essere libera ma ogni volta che mi allontanavo tirava i fili della ragnatela per farmi tornare da lui, senza capire che mi allontanavo perchè ero convinta di non essere importante.


Due idioti, io e lui. Due parallele che hanno scantonato, han fatto *spam!!* una contro l'altra e si sono tagliate la strada per un po'.

(vedesi post qui e qui)

E ora io ci provo ad andare dritta, sì, ma... certi sogni non devono farmi girare la testa indietro.