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Un po' (molto po') di me

La mia foto
Sono una wannabe-molte cose: giornalista, fotografa, animatrice, interprete, scrittrice, designer. O per meglio dire sono una WANTED TO, visto che ho scelto una carriera da creativa che mi ha portato al niente disoccupazionale. MA sono anche: figlia unica (e assenteista), moglie mutevole; riciclona seriale con tendenza compulsiva all'ammucchio negli angoli, amica leale, tendente alla puntualità cronica e alla lacrima+sigaretta, professionalmente impeccabile. Contraddittoria e mutevole. Cinica e creativa. Stronza, nella maggior parte dei casi.
Visualizzazione post con etichetta bocconi amari. Mostra tutti i post
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mercoledì 4 febbraio 2015

Home

I vantaggi dell'abitare in una casa isolata dove nessuno sente e nessuno chiama l'igiene mentale: quando alle 9 di sera il tuo maritino stakanovista è ancora in ufficio e tu hai passato la giornata ad accarezzare le testoline morbide e lanuginose dei bimbi degli altri, puoi concederti il lusso di sedere in cucina e fissare un punto appena dietro il lampadario, urlando con tutta la rabbia e la debolezza che hai in corpo il nome di tua madre, chiedendole duemila cose con il pensiero e piangendo per tutto quello che non otterrai mai salvo miracoli, per le esperienze che ti vengono negate, per l'intera casa e tutto quello che contiene che vorresti ti si sfracellasse addosso e ti portasse via, lontano da questa morsa di impossibilità che non si allenta mai, e il pensiero di non potere è così forte che ti senti ancora piccola, ancora bisognosa di sedere sulle sue ginocchia e affondare la testa nei suoi maglioni che sapevano di cannella e conforto... è tutto quello che vorresti ora, e piangi e piangi ed urli cose a casaccio mentre parli con il soffitto e gli occhi gonfi non sanno vedere oltre, e ti senti inadatta a viverla, questa baraonda, senza una madre e senza qualcuno che ti chiami madre.

venerdì 19 dicembre 2014

Cuspide

Oggi sarebbe stato il tuo compleanno.
Ogni anno me ne ricordo da quando ci siamo conosciuti lì in quella terza fila di accenti misti alla lezione crudele e pallosa del giovedì mattina alle 8. Settimana Enigmistica per aspettare svegli il prof con diversi quarti accademici, rubrica dell'oroscopo. "Devo controllare se per caso nel 79 il Capricorno è entrato prima... saresti cuspide!" "Ah. Beh. Che me ne fotte a mmé. Manco ci credo"

Amico mio, fetta del mio cuore, sprone e zavorra degli esami più neri, quante risate e quante lacrime io e te. Il tuo nido da arredare a pochi giorni dall'arrivo del tuo amore grande, quello scricciolino spaurito con gli occhiali spessi che ha tirato subito fuori artigli e sangue bollente della vostra terra "di confine", finché ha capito che non ti avrei portato via da lei.
Vendemmiare assieme e schiacciare coi culi stanchi altra uva rimasta addosso in quel pandino che era diventato cogestito nei weekend oramai. "Sono sotto casa tua... ora guidi tu che nevica" "Ma io la neve la conosco solo in foto". Sbornie prese a turno e quella volta che mi hai trattenuto dal picchiare una mano morta, mi hai calmato, mi hai fatto respirare e poi l'hai picchiato tu "picchì non voglio che ti sporchi 'i mani". E quella domenica che avevi il boiler rotto e sei stato da me quattro giorni e con mamma giocavi a briscola e le insegnavi il tuo dialetto e babbo ti portava il rispetto che non avevo mai visto in lui per uno della mia età. Eri un mio amico ma un suo pari.
Amico all'antica, amico disincantato e terreno, amico pilastro e defibrillatore del mio umore volatile, difensore mio accorato, mio primo fan e complice onestissimo, dai planning agli abiti da sposa. Alla mia laurea mi hai pianto addosso, credevo fosse gioia e quel "chemminchia vai a fare lassù che fa fridd". Al funerale di mia mamma ho pianto io addosso a te, potevo afflosciarmi lì sulla tua scrivania senza sentirmi stupida.
Poi il tuo citofono ha cambiato nome, il tuo numero ha smesso di esistere. Ho pensato fossi entrato in crisi, neppure lo scricciolo rispondeva più. E dove ti ritrovo per restituirti il favore, mannaggia a te. Ok, mi richiamerai prima o poi... ho ancora il tuo codice penale... dovrai dirmi imbarazzato e fiero che vi sposate, prima o poi.

Qualche mese fa passo dalla Prof e nei suoi annali trovo i tuoi occhi in una foto del mio corso. Prof, ma lui se lo ricorda? Sa quando s'è laureato, che fine ha fatto?
Brutta fine. Solo questo dice. Scappo, corro dal tuo relatore.
Hai scoperto di avere la SLA mentre eravamo in tesi, io agli sgoccioli e tu al debutto. Hai taciuto tutto, hai portato fino alla laurea il tuo scricciolino e poi l'hai aiutata a fare carriera e alla tua non hai più pensato. Hai lasciato che lei spiccasse il volo e quando ti sei sentito un peso per lei, per i tuoi, per tua sorella te ne sei andato, zitto, portandoti via il vostro futuro iniziato sui banchi di scuola. Un tetto, un volo. Tu che avevi paura solo di una cosa nella vita: di volare... non di fallire, non di morire, non di invecchiare. E io che avevo paura di tutto rimango qui e non so a chi fare gli auguri oggi, non so a chi dire che ho una spina di traverso nel cuore e che il tuo passaggio nella mia vita è tra le cose più vere e preziose che ho vissuto.
Che mi sei mancato per dieci anni, che non smetterai mai di mancarmi e che non ti dimentico.

martedì 9 dicembre 2014

Tornare

Torno a dire... che cosa dovrei dire?

Non è vero che se si chiude una porta si apre un portone. Se si chiude una porta si rimane fuori, al freddo sottozero di Dicembre, con la fame la sete e magari scappa anche la pipì.
Per fortuna pare che la porta non sia del tutto chiusa, per ora. Odio dire "per ora", è come chiedere di galleggiare su una tinozza che imbarca acqua ma "per ora" non affogo. 
Per fortuna pare che chi deve decidere del futuro di 150 dipendenti sia tornato sui suoi passi e che non stia sbaraccando il tutto, ma c'è comunque una spada di Damocle bella pesa che sta lì a ricordarci che questo mese lo stipendio arriverà (magari tutto, probabilmente a metà) ma dall'anno nuovo ogni mese potrebbe essere l'ultimo. Ed ecco che ci si arrabatta, si ricomincia - ma io a dire il vero non ricordo di aver mai smesso - a mandare cv, a spulciare annunci, ad accattonare spifferate di gente che forse si trasferisce forse va in pensione forse viene silurata e mi faccio un po' schifo ad applicare quell'homo homini lupus che non mi andava giù neppure a doverlo raccontare ad un prof, ma poi mi dico che è Darwin, che sopravvive il più forte ed il meglio adattabile, e dovrei fregarmene se quelli che rimangono indietro hanno figli mutuo vita propria da portare avanti, ché tanto loro a me mica pensano quando chiudono la porta di casa alle spalle la sera e si mettono a cena. Quindi azzanno, passo avanti, ma mi faccio ugualmente schifo e so che non dovrei perché devo sopravvivere pure io, solo che vorrei far meno male possibile. 
No, non propinerò ora il segone politicizzato. Non mi va di fare la disfattista.
Rimane il fatto bello consistente che, smosso qualche investimento che avrei tanto voluto rimanesse dov'era e cercata qualche forma alternativa - ma poco affidabile - di introito, siamo ancora qui, lui ed io, sulla tinozza. Ha cercato in tutti i modi di convincermi a tornare nel porto sicuro che mi aspetta sempre (tutto spesato) al paese natio, mentre lui si sarebbe rintanato a mangiare merda di design dal suo parentado, invece no, costi quel che costi noi rimarremo assieme e se dovremo affondare affonderemo, e se dovremo galleggiare galleggeremo, e con un bel nastro di scotch bianco e rosso segnaleremo che tutti i nostri progetti in divenire sono fermi che più fermi non si può, addio (per ora) al figlio, al cambio della carretta che porta i nostri culi a spasso, stop a quelle due cartelle equitalia che ci guardano in cagnesco e possono anche scordarsi di essere mosse dal posto dove le ho schedate. Torniamo agli irrisolti, ai progetti sospesi, torniamo ad aver fatto metà di qualcosa che a conti fatti non è nulla se non arriva a fare uno.
Ma torniamo assieme e non ci sono cazzi.

giovedì 23 ottobre 2014

Lavoro che vieni, lavoro che vai.


Fulmini a cielo ben nuvoloso.
Consorte probabilmente a fine anno rimane disoccupato per chiusura dell'impresa.
Come me, insomma.
E il lavoretto part-time che avevo opzionato da tempo presso quella ditta che mi aveva a malincuore non rinnovato dopo il terzo coccodè... beh, niente, hanno preferito un ventiquattrenne che sarà il nuovo apprendista, che gli garantirà di non chiedere mai una maternità, che pagheranno meno e a cuore più leggero in sintesi.

Dove sbatteremo la testa, proprio non lo so.

lunedì 15 settembre 2014

Amori corrosivi

Un cellulare in mano, di quelli moderni, e dal collo in giù sotto le coperte. Cazzeggio del pre-dormita campale. Un link, delle foto. Bimbi e bimbe con i loro papà.
Piangere come una bambina, posso? Il viso di mio padre sovrapposto a quelli sconosciuti delle foto. Quella consapevolezza infida, strisciante, sbieca e fredda come una biscia che si infila dall'orlo del pigiama e fa contrarre i muscoli in piccoli spasmi. Lacrime di questa figlia che non si capacita di non saperlo essere, di non sapersi prendere cura nel modo giusto di questo padre anziano, solo, rustico e monello, che per ogni passo che s'avvicina ne fa due in direzione opposta, per non pesare, per non intralciare, chiedendo di rimanere nello sfondo come una carta da parati polverosa.

martedì 27 maggio 2014

C'era una volta

Passano i mesi, passano gli anni, ci passano via sedie sotto il culo e muri da intonacare, ma siamo sempre noi, tu ed io, la roccia che viene guardata con ammirazione, un blocco solido che nessuno sa quanto sia poroso.

Ed eccolo lì il tuo amico che ti viene a dire che ci invidia tanto, noi con la nostra casa di proprietà e con le nostre entrate stabili e soddisfacenti, tu arrivato professionalmente a poter scegliere un minimo (che è un lusso, lo so, lo sappiamo tutti) ed io che non ho neppure bisogno di spaccarmi la schiena ogni giorno all'alba come fa sua moglie.

martedì 15 ottobre 2013

anatemi

Che tu sia maledetta, tu brutta cagna attaccata ai soldi, e tutte le volte che li spenderai ti servissero per le medicine.
Tu che giudichi, che pontifichi, che parli della mia vita come di un errore dietro l'altro, come di un delitto dietro l'altro contro chi vorresti difendere da me mentre io cerco di difenderli da te. Tu che urli "vergogna" e non sai quanto rimorso ci sia già al suo posto, ma è un rimorso privato e non ti concedo di parlarne, neppure di pensarlo, non ne sei degna.
Tu che sputi sentenze sul mio utero vuoto, sui figli che *fortunatamente* non avrò, tu che ridi e godi della mia tragedia e ne fai una commedia da inzuppare nel veleno del tuo tè, che se t'andasse di traverso sarebbe fin poco.
Tu buona a dare alle mie parole cento sensi diversi, alle mie scelte un fine unico e ovviamente maligno, tu incapace di leggere nel cuore lacero ma velocissima nello strisciare bancomat altrui.
Tu che non dai diritto di replica perché i diritti si danno ai buoni e le colpe ai cattivi e a te serve che io sia cattiva, pessima, una merda.
Tu che sei peggio di me e peggio della merda, tu che stanotte mi toglierai il sonno e l'appetito per i giorni a venire, tu cirrosi nella mia pancia e cancro nei miei pensieri, e solo pensare che tu possa essere estirpata e smettere di far del male mi consolerà.
Ti auguro un sacco di cose indicibili, brutta bastarda.

giovedì 3 ottobre 2013

switch-off (SOUNDTRACK OF MY LIFE #39)




Ahia! Cos'è questa palla di luce che mi è entrata sottopelle infiltrandosi nell'angolo estremo dell'occhio? Perché le mie palpebre non sigillano bene il mondo fuori di me, il più lontano possibile?

Vi prego, voi altri che siete lì, fuori di queste coperte, fuori da questa casa-scudo a guidare auto, a fare la fila al mercato, voi con le scarpe allacciate bene e i sorrisi pret-à-porter, non arrivate fin qui. Lasciatemi stare, Lasciatemi morire ogni attimo di più qui sotto, dentro questo utero caldo che mi fa desiderare di sprofondare e diventare un tutt'uno con le molle del materasso.

Non voglio uscire. Accendere il fornello sotto la moka, aprire le finestre, ritirare i panni impregnati di smog. Girovagare per la casa, una casa aliena che vorrei mi somigliasse e invece non prende il mio odore. Rispondere al telefono e fare sì con la testa giochicchiando con l'accendino mentre mi viene servito un altro panegirico del dolore che si prova quando.

Sensazione di pesantezza a manetta, non riesco a saltare neppure da un piede all'altro. Indolenzita, legata. Muscoli sedati, udito sedato, spostare la riga dei capelli mi costa una fatica immane.


Lasciate che bruci il sugo, lasciatemi ignorare le matasse di polvere e capelli dall'angolo dietro la porta del bagno. Posso avere anche io la licenza di far finta di non esistere, per piacere? Almeno finché non rimetterò piede nel letto, al buio, e farò le prove di apnea.

2006 - mia madre se n'era andata da un mese pocopiù

giovedì 19 settembre 2013

cantavamo, a sproposito (SOUNDTRACK OF MY LIFE #38)

C'era una volta un tempo che, pensavo, ci univa e ci teneva a distanza di sicurezza dal resto (della compagnia, dei ragazzi, del mondo), quel tempo assieme che faceva di me e di te una cosa speciale, inalienabile; c'era un angolo segreto e inesplorato in una soffitta immaginaria delle nostre estati, che conoscevamo solo noi, dove tu eri il re imbranato ma bellissimo e io la sorella-consigliera sveglia e sempre un passo dietro di te, ma felice del suo ruolo. E anche la farsa ci piaceva a tal punto da aver paura di dirci con la chiarezza impietosa "dei grandi" che tu non eri re di nulla ma soltanto un affascinante farfallone impenitente, ed io ero innegabilmente innamorata di te da così tanto tempo da fartele passare tutte lisce anche se il rapporto di complicità e belletto che portavo avanti era meno della metà di quello che volevo - e fai bene attenzione: io non ho mai voluto nulla che non fossi certa di meritare, e ho lavorato e costruito e smontato e trafficato ai limiti della legalità per potermi permettere il lusso di volere che mi amassi, che proprio tu l'inarrivabile amassi proprio me la tizia in seconda fila. Che tu mio fratello arrivassi a volere più di me come sorella. Me lo meritavo tutto.


E intanto facevamo girare in tournée la nostra pièce di amiconi perfetti mai sporcati da secondi fini. Due cuffie, un plaid, le nostre mani strettissime avvinghiate e la tenerezza ammorbante di questa canzone in loop, e le tue lacrime per qualcuna che non ero io e le mie lacrime per qualcuno che potevi essere solo tu, ma tu non volevi vederlo e io non ti lasciavo sbirciare. Parole di un amore di anni, decenni, di una vita intera passata assieme... l'avrei ottenuta con te, ne ero certa. Non c'era una prospettiva realistica del futuro farcita di mutui da pagare, gravidanze difficili, treni su cui saltare per vedersi; c'era solo l'imperativo di stare con te, di essere la faccia accanto al tuo sorriso sornione nelle foto di famiglia e il nome sotto il tuo (in rigoroso ordine alfabetico!) sul campanello di casa.
Ma quanto egoismo in me, quanta cieca tenacia nel raccontarmi la bugia di un amore che non esisteva perché non potevano esistere dei calcoli preventivi su quell'amore, non poteva esistere un piano d'attacco per quanto ben pianificato fosse. Potevo meritarti, potevo esigerti, potevo anche vincerti alla lotteria nazionale ma tu non avresti comunque mai dato una chance a noi due, a dispetto di ogni logica.
Soprattutto della mia logica egoista di bambina cresciuta a pane e meritocrazia.
E' che sul tuo rifiuto cieco ci sono passata sopra con il resto della mia vita e tutte le scelte e tutte le svolte e le volte che ho imparato e quelle che ho continuato a spaccarmi la testa.
Sul meritare le cose buone della vita non ho ancora desistito.
Quindi non mi hai insegnato un bel niente, puoi stare tranquillo.

giovedì 5 settembre 2013

mille riassunti e uno (SOUNDTRACK OF MY LIFE #36)


Quel bacio arrivato mentre mi ero appisolata senza alcuna difesa accanto a lui.
Quell'inverno, lunghissimo, in cui non ci siamo parlati. Quelle sette righe sette in stampatello che mi toglievano l'aria, ma non lo schianto cardiaco che aveva innescato suo malgrado, anno dopo anno, sempre più amici, sempre più vicini, senza riuscire a vedere oltre.

quando dormo taglia bene l'aquilone
togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace

Io imbambolata di fronte al suo non vedere, non capire, non cogliere la bellezza di quella storia che andava semplicemente lanciata in aria per farle prendere un po' di vento e farla arrivare in alto. E invece no: lui mi negava il diritto di immaginare le folate che ci avrebbero sostenuto. Si ostinava a rimanere razionale, cinico, incantato solo da se stesso. Una razionalità stampatella, un filo logico che obbligava a negare tutto quel groviglio di sentimenti che ci aveva portato fin lì.

pattini per scivolare meglio sopra l'odio

Lui scappava da me, scappava da un'esplorazione finalmente autentica di un rapporto che stava evolvendo. Lui rimaneva staticamente appeso ai suoi schemi asfittici e mi faceva rabbia, tanta rabbia da prenderlo a calci in ogni sua estensione ossea. Ma quei sorrisi stampati sulle foto della nostra infanzia fluidificavano la rabbia, la rendevano una comoda discesa da percorrere per dimenticare la verità, assai più difficile da spiegare.

ti ho perduto senza cattiveria

Eggià, se ne è andato così, in silenzio, senza mettere alcun punto, senza lapidare quell'amica pubblicamente colpevole di essersi innamorata di lui. Era una colpa gravissima ai suoi occhi che non ammettevano repliche né discostamenti dalle definizioni scolastiche e filosofiche con cui etichettava i suoi rapporti. Mai una sfumatura, mai una concessione al "quasi" e al "forse".

non c'è niente che mi sposta o vento che mi sposterà

E' rimasto così, appeso ai suoi cruciverba emotivi pieni di buchi neri, ed in una qualche casella scura ha infilato anche me e tutta la strada percorsa assieme sbagliando e risbagliando. Ci ha infilato la complicità dei sette anni, le confidenze dei dodici, le corse in vespa dei sedici e la pelle appiccicata alla mia della maggiore età.
Eccomi inscatolata lì nei ricordi da non ripescare.
Eccolo inscatolato qui nelle note delle nostre canzoni che prendono muffa e mi costringono a dare aria, a volte, a quell'archivio.

E non ci sei più.

venerdì 26 luglio 2013

ribelle (1996 SOUNDTRACK OF MY LIFE #32)


Dio mio, quanto mi mancava mio padre.
In quelle sere a cena fatte solo di donne.
In quel bagno che non veniva più chiuso a chiave.
Nei sospiri patetici delle mamme delle amiche che compativano la mia e guardavano storto me e le mie unghie bucate, i miei jeans strappati e l'aria da sfanculizzatevi tutti.




Quanto eravamo poco saggi e ci spezzavamo le ginocchia con quegli affondi acidi che sapevamo avrebbero corroso e che poi, molto poi, molto ORA, ingoiamo di traverso.
Mi sentivo abbandonata e al contempo troppo presente nei suoi pensieri e avrei voluto gridargli se ci tieni tanto a controllarmi muovi il culo invece che il telefono dei tuoi amici e intanto mi infrattavo nei portoni foderati di cannabis e vendevo pelle al miglior richiamo e cercavo alibi a quel bisogno viscerale di mia madre di tirarmi dalla sua parte, senza rendersi conto che ero allo sbando più totale, nel mezzo del tornado, e non sapevo da che parte fosse lei, non avevo punti cardinali.

Se non mi sono mai incasinata davvero, in quegli anni, lo devo solo alla mia buona stella.
Se non ci siamo ammazzati a vicenda, in modo fisico - spiritualmente stiamo ancora contando i cocci - è stato solo culo, sfacciato culo. E paghiamo gli interessi.

sabato 15 giugno 2013

di-struggendo

E poi ci sono i giorni che ti svegli e desideri non vedere altro che buio e invece c'è luce e c'è rumore e c'è vita intorno.
E poi c'è che penso che dovrei farmi curare, da uno bravo.
Che senza alcun segno premonitore ho iniziato a sbattere così forte la tastiera del pc del Consorte contro il muro che l'ho mandata in mille pezzi e mi sono pure tagliata il palmo di una mano e sul muro ho una scena del crimine con tanto di tracce di DNA.

Io non lo so se è normale che mi accanisca contro gli oggetti. Che mi accanisca e basta.
Cammino tanto, corro tanto, faccio tanta cyclette, ma ora non sta più funzionando sto vecchio trucco dello scaricare adrenalina. 
Nemmeno lavando vetri per tre ore filate mi è passata quella voglia di urlare e spaccare qualcosa.

Non lo so cosa ho, cioè lo so, è un minestrone di roba e lo sto tirando fuori nel modo sbagliato. Ossia: c'è un modo giusto?
Vado avanti a tentoni e tentativi.

domenica 9 giugno 2013

sega mentale notturna #2

No, ma fatene rimanere incinta un'altra.

E poi un'altra ancora.
Tirate sempre i fili giusti, pigiate i bottoni che vanno pigiati.
E fatemi sentire una merda perché li odio tutti quei pancioni che non sono miei.
Una merda che invidia quelle donne e quegli uomini che, nonostante tutto, nonostante i loro problemi di salute soldi lavoro stabilità varie, ci riescono. Che a loro non viene detto scordatevelo.

Per favore, sparite dalla mia vista perché non riesco ad essere felice per voi.
Sono una merda.
Lo ripeto un altro po' così evito che mi compatiate.
Sono una merda.

domenica 12 maggio 2013

regali virtuali

Posso sentirmi abbastanza libera e a casa mia, qui, per dirlo: odio la festa della mamma. C'entra ben poco il fatto che non sarà mai la MIA festa.
Perché quando avevo qualcuno da festeggiare questa ricorrenza mi sembrava forzata, obbligata dal sistema scolastico e da quella patetica sfilza di rosari  pomeridiani che alla fine ti davano la statuina se andavi a tutti e io invece mi beccavo sempre la sfebbrata e per un'assenza a me la statuina non la davano mai, e allora ho imparato a non volerla più. E poi non l'ho davvero più cercata la statuina dell'idolatria infantile coi suoi buoni principi del piffero nascosti dentro.
Perché a me piace festeggiare quando ho lo slancio, anche un mese di seguito se voglio e poi più niente per dei secoli. E anche con mia madre era così: "vedevo" i regalucci per lei perché la sua voce immaginaria mi dirigeva gli occhi verso quel qualcosa, e il giorno non importava niente come non importava niente il rito, ma l'incarto per favore quello sì, sennò sembra che mi dai la spesa da sistemare!, perdici del tempo, divertiti a farlo impossibile da scartare. Quel perdici del tempo che voleva dire divertiti con la carta, coi nastri, attacca la spina al cervello e collega in parallelo mani e vista, crea. Ma', come avrei fatto a dare un senso al caos che avevo in testa se tu non mi avessi dato quei poderosi calci in culo, e mettici voglia che non ti stanno torturando, stai tirando fuori l'arte dal nulla. Ogilvy doveva farti un monumento.

Non ho niente da festeggiare, dicevo. Mia suocera, pur animata con ottime intenzioni (ma ho briciole di dubbi su questa cosa), può anche dimenticarsi a vita che io festeggi lei: ha due figli, ci pensino loro. A me lei non sa di madre, che ci posso fare, mi ha trasmesso poco di materno (verso me e verso i figli) né s'è mai, per fortuna, arrogata alcun diritto nei miei confronti, anzi non perde occasione per rimarcare il confine. Meglio così: non ho bisogno di una madre. Di vice-mamme ne ho, sparse in giro per il mondo, e tutte hanno adottato una parte di me che non funzionava e hanno tentato di aggiustarla; qualcuna ha trovato la connessione giusta e c'è riuscita, altre semplicemente hanno preferito non dovermi snaturare e prendermi così. Gliene sono grata, ringrazio l'assetto divino per averle incontrate. Ma nemmeno loro sono mia madre.

Così pungenti erano gli spigoli della sua dolcezza e così tremolante la sua rabbia, e il rancore dispiaciuto di se stesso. Era così. Incapace di mostrarsi debole di fronte a me, incapace di cedere pure quando era chiaro che fosse l'unica cosa da fare. Ineducata al chiedermi aiuto, calci in culo e guarda avanti, perché dovevo arrivare più in là e non rallentare per stare al suo passo, perché m'avrebbe zavorrato. Va', vola, le ali in qualche modo le abbiamo costruite, e se si rompono magari ti inventi qualche trucco per aggiustarle, magari mi telefoni e vediamo che si può fare. Fantasticamente pragmatica, eppure mi faceva così incazzare, quell'arte di arrangiarsi e di arrangiare tutto con il poco che si aveva e che si sapeva. Sempre a brontolare perché niente intorno a noi era perfetto, eppure sempre con il dettaglio positivo di tutto a portata di mano per sorridere sghemba.

E a distanza di così tanti anni ritrovo nelle mie parole quella sua saggezza che sa di pangrattato urbi et orbi tanto ci sta sempre bene, vedo i miei difetti arrivati fin qui con una lunga bava che riporta ai suoi. Vedo chiaro che quello che le ho sempre rimbrottato l'ho ereditato di tutto punto, e che quello che vorrei diventare somiglia sempre di più a lei alla mia età, un po' a quella reale e un po' a quella dei suoi progetti smontati dalla vita che non le ha fatto mai sconti.
E mi capita qualche rara volta di scontrarmi contro qualcosa e sentire il richiamo del regalo perfetto per quella festa della mamma che capitava a casaccio. Un labbro morso, una mano in tasca a dissimulare l'imbarazzo e via, si continua. Non ho neppure una lapide su cui poggiare dei fiori, ma è meglio così. Grazie, ma'.
Sì, ma', ce l'ho la maglietta che copre i reni. No, non fumo più un pacchetto al giorno. Sì, ce li ho i soldi. Pure quelli nel cellulare. Sì, ci sentiamo dopo. Vado a finire di cucinare. Sì, non esagero con l'olio, va bene. Fammi chiudere che mi si attacca il sugo e poi mi prendi in giro... anzi prendimi in giro quanto vuoi. E' il mio regalo.

giovedì 9 maggio 2013

iniziava il '93 (SOUNDTRACK OF MY LIFE #22)


Un volo dalla moto, hai fatto tutto da solo: una forcella che non ha tenuto, il casco ridotto in una poltiglia di massa cerebrale e schegge, due costole nei polmoni e via. Nemmeno mi ricordo più bene il bollettino medico dell'autopsia, ma era crudo, era una sentenza inappellabile al "sarebbe potuto succedere che". 
Due giorni di camera mortuaria non sono bastati a macinare via tutte le lacrime - non bastano mai di fronte a quei numeri sulla lapide, che non vanno giù. Mai. Non ti vengo a trovare, lo sai che non credo che tu sia lì dove ti hanno murato.





Eri un mascalzone buono, uno che mi spegneva le cicche addosso perché ti facevo incazzare, perché avevo una cotta grossa come una casa per il tuo migliore amico. Perché mi avevi strappato due baci al gioco della bottiglia e non c'era stato un domani. No, non mi sono sentita in colpa dopo: mi sono sentita semplicemente morire con te. Ho scritto parole e parole, ho pregato con sempre meno convinzione, ho sfiorato la pazzia pur di sentire ancora la tua moto passare sotto la mia finestra, e niente è servito. 
Sei stato la prima croce nel mio cimitero personale dei compromessi con la vita. Niente fiori, ma ricordi quelli sì, dolci e amari come un'adolescenza spezzata.

giovedì 25 aprile 2013

visto che ti va tutto bene (SOUNDTRACK OF MY LIFE #20)


Perché sei uno stronzo, mi hai fatto divertire mentre la giostra girava e quando hai deciso di non farmi girare più non mi hai lasciato neppure il gettone-ricordo, ma hai cercato di farmi credere che dovevo averlo in tasca, che cretina, per fare ancora un altro giro, un giorno non meglio specificato.
E tu e tutti i tuoi amici a guardarmi come un fenomeno da baraccone. Ma crescete, cazzo. Prendetevi delle responsabilità, non vi avvelena mica. Smettete di voler stare bene voi e soltanto voi e fanculo il resto.
E come mi hai tradito, e come ti ostinavi a indossare i panni dell'animale ferito, e quanto a lungo e con quanta convinzione hai insabbiato qualsiasi prova, anche la più inequivocabile, di quelle corna.
Tu e le tue lacrime puttane, tu che ci credevi come un bimbo crede al topolino dei denti, tu ed i sogni che mi propinavi senza avere mezza idea di come attuarli; tiravi a campare e pretendevi che ti insegnassi io a vivere, ma quando ti accorgevi che era faticoso perseguire obiettivi mandavi tutto in vacca.
Il più bel ricordo che mi hai lasciato tra le gambe non vale la pena di scomodarmi una descrizione, non più. E, a parte quello (anzi no, mettiamo nel conto anche qualche lezioncina orizzontale), so di essere fin troppo generosa a depennarti dalla lista dei miei debitori: basta che tu sia sparito. Che io ti abbia fatto sparire. Che il cielo si sia slabbrato per dividerci.
Quattro anni fa.
E' stata una grossa fortuna farmi ferire da te, digerire, poi guarire, saperti dire addio.

mercoledì 24 aprile 2013

sega mentale notturna #1

Leggere di una pancia che tira i suoi primi 3 calci mi solletica gli angoli della bocca. Sorrido.
Sensazione che quasi sto rinunciando ad invidiare, come orinare in piedi dopotutto.
Stramaledetti noi.

venerdì 19 aprile 2013

spalle al muro (SOUNDTRACK OF MY LIFE #19)



Roma Pincio 1998.

Io sotto una cupola rossa a pois bianchi, tu sotto un cappuccio D&G.

Una resa dei conti dove hanno pianto anche i dodicimila cieli delusi di noi.

Troppa vigliaccheria per rimetterci in gioco. Troppo astio, troppe proiezioni e aspettative destinate ad aspettare sotto una pensilina eterna.
Eravamo così piccoli e indossavamo sentimenti troppo grandi.

giovedì 4 aprile 2013

diciassette (SOUNDTRACK OF MY LIFE #17)

sono gli anni trascorsi senza te, zio, un po' nonno, un po' compagno di giochi, maestro nelle prime stille di alcool che mi concedevi di assaggiare ed apprezzare, che mi insegnavi ad educare nel percorso che si costruivano nella mia pancia e tra i pochi neuroni.
Tu capace di conciliare una bettola di bestemmie e la dedizione totale per le donne di casa, una guida per molti, una roccia per il nostro clan. Balli popolari, shopping, miliardi di tortellini da chiudere, compiti, passaggi fino in centro... tu ed io, sempre tu ed io, due complici. Con te ho imparato a pescare senza rivoltarmi lo stomaco alla vista degli insetti, con te ho costruito un barbecue in mattoni, ho mosso i primi passi, ho fatto amicizia con il vasino e con i cani, ho imbudellato salami, zappato orti, potato siepi di rose; ti ho tagliato le basette ed era come giocare all'allegro chirurgo, ho guidato per la prima volta senza doppi comandi sotto la nevicata del millennio e sotto il tuo sguardo fiducioso, abbiamo raccolto mirtilli fino a dire basta e steso ottocento pizze, le mani ancora sporche dei nostri acquerelli acerbi.




E poi puff!, qualche mese e mi hai lasciato da sola. Un paio di mani vuote che non sapevano più impastare e potare, una casa silenziosa, un nipote in fasce che non avrebbe ricordato la tua voce ed io, custode di anni ed anni passati ad impararti a memoria, adorandoti.

Ma ti sento qui, dietro la sedia, ad osservare un po' miope queste parole e la tastiera bagnata, ridendo del mio essere così molle, così umana e niente affatto l'eroe maschiaccio che avevi visto crescendomi - e chi lo sa come mi criticheresti ora, come mi vorresti dritta con la schiena e coi pensieri, quali consigli riuscirei a strapparti tuo nolente. Ti sento dentro e tutto attorno, zio. Ti sento nel sangue che la biologia dice non abbiamo in comune. Mi manchi fisicamente, mi manchi al telefono... mancava il tuo viso in tutti i giorni importanti che mi si sono schiantati addosso, ed io a ravanare nella tasche mentali le tue parole, la tua presenza - nessuno poteva vederti, eppure c'eri, ci sei.

giovedì 21 marzo 2013

tempo perso (SOUNDTRACK OF MY LIFE #15)



Dove sarai, anima mia, tu che l'anima me l'hai bruciata quasi per intero, tu che mi hai fatto male di un male che annienta, che taglia le gambe e toglie la luce alle giornate?
Sarà che sono una persona piccola e pessima, ma non riesco ad augurarti buona vita, né a perdonarti, anche se è passata metà della mia vita da quel giorno. Non è, il perdono, tra le armi in mio possesso per archiviare quel dolore. E' ancora rancore, è voglia di schiaffeggiarti e di esigere un perché, quel perché che suonerebbe così inutile nella mia vita ora. Non mi hai mai consentito di mettere il punto; mi hai lasciato nel limbo del silenzio e dell'odio.
Ma non posso smettere di pensare che quel distruggermi di proposito fosse così sterile, così falso rispetto agli anni spesi a costruire qualcosa di buono.
Lontano da me. Nel 1997 lo volevi tu, e adesso sei storia, ma una storia che avrei voluto evitare.
Ho sprecato troppo tempo e troppo cuore ad abituarmi alla tua presenza e molto di più a rassegnarmi alla tua fuga ed ai calcinacci che hai sparso ovunque.
Bastardo.