I vantaggi dell'abitare in una casa isolata dove nessuno sente e nessuno chiama l'igiene mentale: quando alle 9 di sera il tuo maritino stakanovista è ancora in ufficio e tu hai passato la giornata ad accarezzare le testoline morbide e lanuginose dei bimbi degli altri, puoi concederti il lusso di sedere in cucina e fissare un punto appena dietro il lampadario, urlando con tutta la rabbia e la debolezza che hai in corpo il nome di tua madre, chiedendole duemila cose con il pensiero e piangendo per tutto quello che non otterrai mai salvo miracoli, per le esperienze che ti vengono negate, per l'intera casa e tutto quello che contiene che vorresti ti si sfracellasse addosso e ti portasse via, lontano da questa morsa di impossibilità che non si allenta mai, e il pensiero di non potere è così forte che ti senti ancora piccola, ancora bisognosa di sedere sulle sue ginocchia e affondare la testa nei suoi maglioni che sapevano di cannella e conforto... è tutto quello che vorresti ora, e piangi e piangi ed urli cose a casaccio mentre parli con il soffitto e gli occhi gonfi non sanno vedere oltre, e ti senti inadatta a viverla, questa baraonda, senza una madre e senza qualcuno che ti chiami madre.
Un po' (molto po') di me
- Nonsense
- Sono una wannabe-molte cose: giornalista, fotografa, animatrice, interprete, scrittrice, designer. O per meglio dire sono una WANTED TO, visto che ho scelto una carriera da creativa che mi ha portato al niente disoccupazionale. MA sono anche: figlia unica (e assenteista), moglie mutevole; riciclona seriale con tendenza compulsiva all'ammucchio negli angoli, amica leale, tendente alla puntualità cronica e alla lacrima+sigaretta, professionalmente impeccabile. Contraddittoria e mutevole. Cinica e creativa. Stronza, nella maggior parte dei casi.
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mercoledì 4 febbraio 2015
martedì 9 dicembre 2014
Tornare
Torno a dire... che cosa dovrei dire?
Non è vero che se si chiude una porta si apre un portone. Se si chiude una porta si rimane fuori, al freddo sottozero di Dicembre, con la fame la sete e magari scappa anche la pipì.
Per fortuna pare che la porta non sia del tutto chiusa, per ora. Odio dire "per ora", è come chiedere di galleggiare su una tinozza che imbarca acqua ma "per ora" non affogo.
Per fortuna pare che chi deve decidere del futuro di 150 dipendenti sia tornato sui suoi passi e che non stia sbaraccando il tutto, ma c'è comunque una spada di Damocle bella pesa che sta lì a ricordarci che questo mese lo stipendio arriverà (magari tutto, probabilmente a metà) ma dall'anno nuovo ogni mese potrebbe essere l'ultimo. Ed ecco che ci si arrabatta, si ricomincia - ma io a dire il vero non ricordo di aver mai smesso - a mandare cv, a spulciare annunci, ad accattonare spifferate di gente che forse si trasferisce forse va in pensione forse viene silurata e mi faccio un po' schifo ad applicare quell'homo homini lupus che non mi andava giù neppure a doverlo raccontare ad un prof, ma poi mi dico che è Darwin, che sopravvive il più forte ed il meglio adattabile, e dovrei fregarmene se quelli che rimangono indietro hanno figli mutuo vita propria da portare avanti, ché tanto loro a me mica pensano quando chiudono la porta di casa alle spalle la sera e si mettono a cena. Quindi azzanno, passo avanti, ma mi faccio ugualmente schifo e so che non dovrei perché devo sopravvivere pure io, solo che vorrei far meno male possibile.
No, non propinerò ora il segone politicizzato. Non mi va di fare la disfattista.
Rimane il fatto bello consistente che, smosso qualche investimento che avrei tanto voluto rimanesse dov'era e cercata qualche forma alternativa - ma poco affidabile - di introito, siamo ancora qui, lui ed io, sulla tinozza. Ha cercato in tutti i modi di convincermi a tornare nel porto sicuro che mi aspetta sempre (tutto spesato) al paese natio, mentre lui si sarebbe rintanato a mangiare merda di design dal suo parentado, invece no, costi quel che costi noi rimarremo assieme e se dovremo affondare affonderemo, e se dovremo galleggiare galleggeremo, e con un bel nastro di scotch bianco e rosso segnaleremo che tutti i nostri progetti in divenire sono fermi che più fermi non si può, addio (per ora) al figlio, al cambio della carretta che porta i nostri culi a spasso, stop a quelle due cartelle equitalia che ci guardano in cagnesco e possono anche scordarsi di essere mosse dal posto dove le ho schedate. Torniamo agli irrisolti, ai progetti sospesi, torniamo ad aver fatto metà di qualcosa che a conti fatti non è nulla se non arriva a fare uno.
Ma torniamo assieme e non ci sono cazzi.
martedì 2 settembre 2014
Minestrone
Ho 4 post in bozza che non vogliono uscire, gli altri li ho cancellati proprio. Questa stitichezza verbale mi lascia davvero senza parole, ma non posso pretendere che esistano lassativi per bloggher reticenti.
(iniziamo male... continuiamo peggio)
E' arrivato Settembre, alleluja. Non odiatemi, lo so bene che tutti si sono dati da fare per dire in più social possibile che è arrivato Settembre, che è iniziato di lunedì e via dicendo, ma questo per me è davvero un sollievo (vedi post precedente: definire questa un'estate di merda è un eufemismo).
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chiacchiere da ascensore,
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e poi la stronza sono io,
fight for gay rights,
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vaffanculo
martedì 27 maggio 2014
C'era una volta
Passano i mesi, passano gli anni, ci passano via sedie sotto il culo e muri da intonacare, ma siamo sempre noi, tu ed io, la roccia che viene guardata con ammirazione, un blocco solido che nessuno sa quanto sia poroso.
Ed eccolo lì il tuo amico che ti viene a dire che ci invidia tanto, noi con la nostra casa di proprietà e con le nostre entrate stabili e soddisfacenti, tu arrivato professionalmente a poter scegliere un minimo (che è un lusso, lo so, lo sappiamo tutti) ed io che non ho neppure bisogno di spaccarmi la schiena ogni giorno all'alba come fa sua moglie.
martedì 18 marzo 2014
tutto bene
o quasi.
Tra pochi giorni si ricomincia la salita, forse.
O è salita o è un burrone.
E io non voglio pensarci ma mentre cerco di fare il vuoto mentale ci penso e azzanno patatine e nutella come se non ci fosse un domani. E non è un modo di dire: mi vedo senza domani - anzi senza dopodomani - se domani avrò una risposta negativa.
Mi stavo rassegnando al buio. Poi l'Amica è entrata in punta di piedi ed ha acceso la luce, un lumino eh, mica un neon sparato sugli occhi... ma quanto basta per non farmi più addormentare. E ora sono sveglia e con il cervello acceso e fitto di paure e speranze.
Mi è ancora concesso di avere speranze?
In quella clinica si gioca tutto, tutto. Non solo dalla vita in giù ma dalla vita in là.
martedì 15 ottobre 2013
anatemi
Che tu sia maledetta, tu brutta cagna attaccata ai soldi, e tutte le volte che li spenderai ti servissero per le medicine.
Tu che giudichi, che pontifichi, che parli della mia vita come di un errore dietro l'altro, come di un delitto dietro l'altro contro chi vorresti difendere da me mentre io cerco di difenderli da te. Tu che urli "vergogna" e non sai quanto rimorso ci sia già al suo posto, ma è un rimorso privato e non ti concedo di parlarne, neppure di pensarlo, non ne sei degna.
Tu che sputi sentenze sul mio utero vuoto, sui figli che *fortunatamente* non avrò, tu che ridi e godi della mia tragedia e ne fai una commedia da inzuppare nel veleno del tuo tè, che se t'andasse di traverso sarebbe fin poco.
Tu buona a dare alle mie parole cento sensi diversi, alle mie scelte un fine unico e ovviamente maligno, tu incapace di leggere nel cuore lacero ma velocissima nello strisciare bancomat altrui.
Tu che non dai diritto di replica perché i diritti si danno ai buoni e le colpe ai cattivi e a te serve che io sia cattiva, pessima, una merda.
Tu che sei peggio di me e peggio della merda, tu che stanotte mi toglierai il sonno e l'appetito per i giorni a venire, tu cirrosi nella mia pancia e cancro nei miei pensieri, e solo pensare che tu possa essere estirpata e smettere di far del male mi consolerà.
Ti auguro un sacco di cose indicibili, brutta bastarda.
Ti auguro un sacco di cose indicibili, brutta bastarda.
sabato 15 giugno 2013
di-struggendo
E poi ci sono i giorni che ti svegli e desideri non vedere altro che buio e invece c'è luce e c'è rumore e c'è vita intorno.
E poi c'è che penso che dovrei farmi curare, da uno bravo.
Che senza alcun segno premonitore ho iniziato a sbattere così forte la tastiera del pc del Consorte contro il muro che l'ho mandata in mille pezzi e mi sono pure tagliata il palmo di una mano e sul muro ho una scena del crimine con tanto di tracce di DNA.
Io non lo so se è normale che mi accanisca contro gli oggetti. Che mi accanisca e basta.
Cammino tanto, corro tanto, faccio tanta cyclette, ma ora non sta più funzionando sto vecchio trucco dello scaricare adrenalina.
Nemmeno lavando vetri per tre ore filate mi è passata quella voglia di urlare e spaccare qualcosa.
Non lo so cosa ho, cioè lo so, è un minestrone di roba e lo sto tirando fuori nel modo sbagliato. Ossia: c'è un modo giusto?
Vado avanti a tentoni e tentativi.
Vado avanti a tentoni e tentativi.
domenica 9 giugno 2013
sega mentale notturna #2
No, ma fatene rimanere incinta un'altra.
E poi un'altra ancora.
Tirate sempre i fili giusti, pigiate i bottoni che vanno pigiati.
Tirate sempre i fili giusti, pigiate i bottoni che vanno pigiati.
E fatemi sentire una merda perché li odio tutti quei pancioni che non sono miei.
Una merda che invidia quelle donne e quegli uomini che, nonostante tutto, nonostante i loro problemi di salute soldi lavoro stabilità varie, ci riescono. Che a loro non viene detto scordatevelo.
Per favore, sparite dalla mia vista perché non riesco ad essere felice per voi.
Sono una merda.
Lo ripeto un altro po' così evito che mi compatiate.
Sono una merda.
Lo ripeto un altro po' così evito che mi compatiate.
Sono una merda.
mercoledì 24 aprile 2013
sega mentale notturna #1
Leggere di una pancia che tira i suoi primi 3 calci mi solletica gli angoli della bocca. Sorrido.
Sensazione che quasi sto rinunciando ad invidiare, come orinare in piedi dopotutto.
Stramaledetti noi.
Stramaledetti noi.
martedì 29 gennaio 2013
guidando verso casa
Gracchiava l'autoradio, qualche sera fa: un casuale classico del rock. O era roba moderna tinta di vintage? Non lo so, era solo il rimbombo di un sottofondo inutile.
Troppe fitte alla pancia, alla mia pancia vuota che fa eco. Lacrime che se ne uscivano da sole senza chiedere nessun nulla osta, che non facevano neppure male e non scottavano, magari erano soltanto meno calde dopo essere state trattenute.
E noi due sulla strada verso casa, nella nebbia una coppia di nebbia. Che se mi fossi piazzata sulla mezzeria della statale e ci avessi guardati passare, inquadrati nell'oblò del parabrezza, avrei riso amaro di due facce ed espressioni così fantozziane, così mediocri, senza nessun apparente senso. Una tranquilla coppia... vecchia. Una coppia che invecchia assieme ma non troppo assieme, due persone a sé stanti, rinchiuse da un'ora nei loro piccoli insuccessi e nel cagarsi sotto per una sfida comune - ma due teste la vivono come due sfide diverse, forse uno a intralciare l'altro - che vorrebbero affrontare se solo avessero la sicurezza di riuscire, ma allora non sarebbe una sfida. E poi, diciamocelo, come se ci fosse qualcosa da perdere... qualcosa oltre il tempo, oltre i pensieri, oltre all'impegno. Ma noi due siamo bravissimi a buttarle, quelle cose lì, nelle attività più inutili del creato. Noi collezioniamo perdite di.
E non so quando m'è uscito quel pensiero, forse era lì sospeso, disciolto nella nebbia che aveva appena smesso di invischiarmi i capelli. Pensare che la linea di mezzeria è un confine così impalpabile, che il furgoncino davanti va troppo piano per i tuoi gusti di uomo disilluso. Che potresti sorpassare, dai, sorpassa, lo vedo come metti la destra sul cambio e fremi. Dai.
E che in senso inverso ci venisse incontro un tir, di quelli enormi: questo ho pensato (sperato?) in un pensiero lungo un click. Una botta, una grande botta definitiva capace di strapparci alle nostre recriminazioni, all'elenco delle cose che ci siamo rovinati a vicenda, alla sensazione di essere incapaci di capire i segnali che la vita c'ha lanciato, incapaci di gestire progetti coordinati e buttar via zavorre. Una botta che zittisse me, che mi cago sotto anche solo a sporgermi dal terrazzino del bagno. E una botta, la stessa, in contemporanea a te, per non lamentarti più dei giorni uguali ai giorni e dell'angoscia che sale. Bam! Via l'angoscia, via il conto in rosso, via la vecchiaia che c'ha già allungato le dita sulla clavicola e ci trattiene tanti passi già poco convinti della direzione.
Ma tu hai sorpassato una, due, tre volte. Non c'era nessun tir.
Non avrei gridato. Nemmeno se tu non avessi reagito; magari mi sarebbe uscito un sorriso complice capendo che condividevamo lo stesso volo pindarico, come sempre. Patologicamente assieme. Che poi è quello che voglio, quello che mi figuro idealmente: non un giorno in cui io possa mancare a te o tu a me. In due, io e te, "solo" io e te, o "per fortuna" io e te. Azzerare le distanze, sempre. La chiamerebbero una simbiosi, un disequilibrio malato, i miei amici psicosapienti - ma io lo chiamo il mancato coraggio di ereditare la solitudine, il senso dei limiti.
Siamo una coppia sterile come tante, io e te. Una coppia da rassegnazione e da cane da portare fuori. Una coppia che non sopravviverà.
Quando ci siamo scelti non lo sapevamo, perchè non lo eravamo neppure, e ci regalavamo oggettistica da prima infanzia per darci assaggini di futuro. Adesso sono pugnali di delusione, verso te, verso me stessa, verso la vita.
Il futuro oggi è soltanto un'altra malattia da soffocare o che ci soffocherà.
Il futuro oggi è soltanto un'altra malattia da soffocare o che ci soffocherà.
giovedì 10 gennaio 2013
attualissimo (SOUNDTRACK OF MY LIFE #8)
... perchè questa rubrica non parla solo al passato, vero? e c'è questa cosa oggi che mi è entrata dentro dalle orecchie e non trova la strada per uscire.
A volte certe parole, certi schiaffi sonori scendono su di noi come la mano di un dio invisibile che ci carezza e ci pungola e ci consola tutto assieme, con il tempismo perfetto, un tempismo profano lasciato ad un caso che si chiama davvero caso ma noi facciamo che chiamarlo bisogno.
A volte certe parole, certi schiaffi sonori scendono su di noi come la mano di un dio invisibile che ci carezza e ci pungola e ci consola tutto assieme, con il tempismo perfetto, un tempismo profano lasciato ad un caso che si chiama davvero caso ma noi facciamo che chiamarlo bisogno.
martedì 8 gennaio 2013
affanno
Mi sento così, con queste dita a stringermi esofago e trachea assieme, a farle aderire.
Mi sento arruffata fin dentro la scatola cranica, scontenta da martellarmi le unghie.
Sono in attesa di cattive notizie. Di percentuali sempre più basse, di cifre in calo.
Certe volte vorrei soltanto scomparire per un po'. O solo fermarmi. Non proseguire giù.
sabato 15 settembre 2012
In bilico
Scrivo per te, nipotina mia adorata, e un po' anche per me.
Perché stasera, mentre ti chiamavo dall'altro capo del telefono, cercavo un saluto veloce in mezzo a quel caos in technicolor che è la vita di una bimba di 3 anni, ti ho sentito allontanarti dalla mia voce e urlettare con tutta la tua vivacità "quetta è la mia mamma!". E immaginavo gli occhioni nocciola farsi grandi grandi, e quelli della tua mamma inzupparsi di amore.
Perché io non sono la mamma di nessuno. Non posso, ora. E, a detta dei medici, non potrò mai, con ogni probabilità che si rispetti, eccettuando miracoli, botte di culo, interventi divini, o come vorrai definirli quando, tra qualche anno, avrai chiaro il concetto di "mai".
E perché io non ho nessuno da chiamare "mamma". E sono una zattera sballottata in un universo di madri e figli e nonne e biberon e tette gonfie e primi-giorni-di-scuola e dove-è-caduto-il-ciuccio e bavette e pediatri e favole della buonanotte. Io sono la vice di una vice di una vice di tua madre, non sono tua madre, anche se ti ho affidato alla mia con il pensiero mentre nascevi, guardando oltre le nuvole di una notte autunnale di tre anni fa, perché eri, e sei ancora, lo stupore e l'orgoglio più feroci di questa mia vita finora, e sapere che ti avrei preso in braccio di lì a poco non mi bastava, volevo che fossi perfetta, volevo che tutto andasse bene, volevo per te tutto ciò che c'è di buono al mondo. E solo una mamma, credo, riesce a capirlo. E solo mia mamma, anche se nel suo altrove, poteva sintonizzarsi con quel mio bisogno ancestrale, quella notte, e benedirti una volta e per sempre.
E ti farai grasse risate, scricciolo, se un giorno avrò la faccia di consegnarti queste parole. La zia è buffa, dirai, se non peggio. Ma lo senti, non te lo negherò mai, questo amore viscerale.
Ma è anche rabbia. Mi fai rabbia. Sei capitata dove non eri attesa, dove eri un problema, una tragedia, la causa di uno sfacelo. Rimbalzata qua e là da amiche, amici, nonne, non riconosciuta da tuo padre, segno di un'onta. Segno di quanto gli adulti sono sciocchi, per non dire deficienti, per non dire incompetenti, ma anche coraggiosi e fortunati, perché non c'è nessuna onta nel tuo faccino, perché porti il sorriso e qualsiasi macello gli adulti possano aver combinato ora ci sei. Punto. E sei l'angelo di molte vite. Ma nel frattempo io ho cambiato due case, quattro lavori, cinque taglie, tre tagli di capelli e la cameretta è sempre restata vuota, buona solo per stirare, e fumo ancora di nascosto dal mondo, e accumulo nella soffitta i tuoi giochi, i tuoi vestitini, la tua culla e gli faccio prendere polvere, muffa, vecchiaia.
Nel mio utero c'è vecchiaia, c'è un marito che ha preso sottogamba la sua salute e ha ignorato un campanello d'allarme dietro l'altro, finché s'è ritrovato con una sentenza terribile da digerire e da fare digerire a me. Così che succede? Che continuiamo a coccolarti, a guardarti con un groppo al cuore e a sperare, con tutto l'egoismo di genitori mancati, che tu cresca considerandoci due genitori aggiuntivi. Lui rimarrà presumibilmente sempre il tuo eroe, io il tuo materasso umano preferito. Ma io sono tua zia. Una delle tue zie. Una vocina che dirà "quetta è la mia mamma" non ci sarà.
E' la parola più sacra che conosco, ed è una beffa che io non possa più dirla, né sentirla riferita a me. Nessuno mi chiama così, nemmeno per scherzo; io sono "la zia" di tutti. Il che equivale ad essere la vice di qualcosa, se tutto va bene. Peccato che io voglia qualcosa di mio, voglio una piantina da seminare e innaffiare in questo orizzonte secco e sterile. Voglio una speranza e tu, per quanto io ti ami, non mi basti: non sei mia, non hai nel sangue mio padre e mia madre, non porti nel mondo la mia ombra. Perdonami, scricciolo, se non mi basta pensare a te, né a nessun altro bambino sulla faccia della terra, perché nessuno continuerà a dipanare la mia matassa dopo di me, nessuno pronuncerà per me quella parola sacra.
E maledico quelle voci suadenti che mi chiedono in continuazione, che aspettano, che si meravigliano che; odio dover spiegare con te per mano, alle commesse del centro commerciale, che "grazie, ma non è mia figlia"; strapperei la giugulare a chi "ma sì, tanto co' sta crisi, non hai un lavoro, hai un marito malato, sarebbe da irresponsabili mettere al mondo 'na criatura, no?". NO. Perché a forza di pensare ai se e ai ma, alle controindicazioni, un bimbo su due non dovrebbe nascere, tu inclusa (anzi, soprattutto tu). Perché un figlio non si crea con la perfezione, con un planner, non è una strategia di marketing. E perché mi maledico per aver sempre rimandato quando invece le condizioni quasi ottimali c'erano e non sapevo riconoscerle, troppo frivola, troppo poco sedimentata nei miei panni, troppo distratta e così assolutamente all'oscuro di questo giorno che mi stava solo aspettando dietro l'angolo, e che ha preso a craniate una diga di pensieracci e autorecriminazioni e rimorsi e gastriti e me le ha fatte piombare addosso senza preavviso.
Ed ora mi sento orfana di una testolina, di un odore di bagnetto, di compiti delle vacanze, di aerosol e di pannolini, io che credevo di essere rimasta immobilizzata dalla mancanza di un odore di ragù, di una voce austera, di un abbraccio orgoglioso, di una vecchiaia che non è mai arrivata. La vita toglie via rifilando anche il fianco sbagliato, quello che dovrebbe essere lasciato libero di tracimare. La vita toglie in ogni direzione, con me. Quando non ci sarò più io, la vita mi avrà definitivamente raso al suolo senza soluzione di continuità.
Ed io che ho sempre desiderato essere, almeno nel mio piccolo, con la punta dei piedi nel futuro.
giovedì 11 agosto 2011
Di stelle cadenti e bestemmie volanti
San Lorenzo? E chi l'ha visto...
Mentre tutti stavano con il naso all'insù tipo le antenne televisive, io ero stremata dopo una giornata passata in simbiosi con pc e database.
Che c'ho fatto un bell'investimento in quel programmino e adesso deve fruttare, DEVE. Si spera racimoleremo un po' di dindi in più, che non fanno mai male specialmente in questo periodo che.
Ma andiamo in ordine:
- Casa nuova costa, perfino di più di quella vecchia, visto che ho un'altra stanzetta disponibile per eventuali ospiti o bimbi (capitolo a parte, questo) ma che per ora è un ottimo refigium peccatorum di amenità non meglio collocabili o ancora in transito in casa in attesa di essere sbattute altrove;
- Il garage per i lavoretti manuali improponibili in casa costa (e si riempie pure di ragni e fauna varia ma vabbè, il Consorte non si schifa tantissimo...);
- Le utenze costano - per entrambi i locali, ovviamente;
- Bollo, assicurazione e tagliando... meno male che in casa di auto ce n'è solo una, mi dico. Se guidassi anche io saremmo alla frutta...
- L'INPS salassa, e su questo non aggiungo altro ché sennò appicco il fuoco a qualcosa;
- Quattro matrimoni e per ora nessun funerale (ma almeno partecipare ai funerali non include vestimenta e regalo!) tutti nei prossimi 3 mesi e tutti di persone a cui non puoi dire di no né tantomeno fare il classico regalo di gruppo con condivisione della spesa;
- Saldi NO! Ovviamente non mi sono comperata nulla: sono pure a dieta stretta, dunque prima di buttare giù almeno 1/3 dei 20 kg di troppo non è carino comperare nulla (comperare taglie più piccole è un'illusione che mi ha fregato fin troppe volte e comperare la taglia attuale mi sa di rassegnazione al fallimento. Lo so, potrei comperare scarpe e borse ma mi son decisa a vedere quelle che ho come largamente sufficienti a sopravvivere e non mi faccio tentare più);
- Compleanni importanti (suocera, nipotini vari, migliore amica) in Settembre, equivalenti a tanti regali;
- Abituale screening medico al ritorno dalle ferie non fatte per due persone, che di salute non abbondano: diciamo che, per tirare la cinghia, ci teniamo i denti sporchi e rimando la detartrasi a tra un po'. Ci son visite ed esami decisamente più urgenti...
- Lavori in casa fai-da-te, quelli minimaspesa-massimaresa... ok, ma le materie prime per muretti, stucchi, ecc. bisogna pur comperarli.
Succede così che mi ritrovo €32,88 sul conto. Mi consola non essere andata in rosso.
E mi consola sapere che a Settembre avrò la risposta da alcuni colloqui fatti e, spero, avrò un'entrata mensile, anche minima. Qualcosina per tamponare l'emorragia continua. Che sennò di questo passo il mio ipotetico bimbo avrà una mamma disoccupata e con le pezze al culo (o non esisterà proprio, in ragione dei conti tendenti al rosso).
Ma come si fa a volere un lavoro e un figlio? Anzi, mi verrebbe da chiedermi: come si fa a volere un figlio se il tuo capo non vuole?
Ah, avessi almeno un posticino da parlamentare...
venerdì 23 aprile 2010
Io sono a favore...
...
della libertà di scegliere il modo meno traumatico
del diritto ad una sanità che assiste e non punisce e terrorizza
del dolore fisicamente attenuato, se possibile
della fine di questa inutile caccia alle streghe mascherata da ideologia politica o religiosa
della libertà di scegliere il modo meno traumatico
del diritto ad una sanità che assiste e non punisce e terrorizza
del dolore fisicamente attenuato, se possibile
della fine di questa inutile caccia alle streghe mascherata da ideologia politica o religiosa
giovedì 19 novembre 2009
Think Yellow
Non metto il nastro giallo, però penso.
All'infanzia violata, mutilata, percossa, sottosopra che alcuni adulti riimpastano e non è più infanzia: è una tortura che si spera finisca presto, quando si saprà difendere, ma mai più recuperare.
Penso a quegli angeli senza ali che sono i bambini, a quanta verità e innocenza c'è nei loro sguardi limpidi, sguardi fieri che nessuno ha il diritto di sporcare.
Penso alle loro mani che quando stringono non hanno dubbi, ma si affidano, si lasciano sostenere e trascinare scevre di qualsiasi remora.
Penso troppo al modo più truce di far schizzare gli organi fuori dalla loro sede a chi questi angeli sporca e travia. Che sono stronza, lo so, ma non riesco a stare calma di fronte a questi ABOMINI che non hanno alcun diritto di chiamarsi uomini.
All'infanzia violata, mutilata, percossa, sottosopra che alcuni adulti riimpastano e non è più infanzia: è una tortura che si spera finisca presto, quando si saprà difendere, ma mai più recuperare.
Penso a quegli angeli senza ali che sono i bambini, a quanta verità e innocenza c'è nei loro sguardi limpidi, sguardi fieri che nessuno ha il diritto di sporcare.
Penso alle loro mani che quando stringono non hanno dubbi, ma si affidano, si lasciano sostenere e trascinare scevre di qualsiasi remora.
Penso troppo al modo più truce di far schizzare gli organi fuori dalla loro sede a chi questi angeli sporca e travia. Che sono stronza, lo so, ma non riesco a stare calma di fronte a questi ABOMINI che non hanno alcun diritto di chiamarsi uomini.
giovedì 12 novembre 2009
Dedicato a lei
Per chi si allontana
Per chi decide di stringere i denti e restare
Per chi in mezzora ha cambiato la sua vita senza possibilità di ritrattare
e smette di portare i tacchi alti, e smette di fare happy hour, ed inizia a cambiare pannolini
e smette di portare i tacchi alti, e smette di fare happy hour, ed inizia a cambiare pannolini
Per chi riesce ancora a piangere di gioia
dopo tre figli, tre lutti, due matrimoni e diciotto traslochi
dopo tre figli, tre lutti, due matrimoni e diciotto traslochi
Per me e i miei brividi di fronte agli occhi più limpidi mai visti
E per lei, che ancora non sa quanto amore le riserverà questa terribile avventura chiamata vita.
venerdì 7 agosto 2009
martedì 4 agosto 2009
Indoratura della pillola?
Ed è la prima volta che scrivo così apertamente di attualità.
Perchè non è qui che si deve discutere di diritto del feto, di vita intrauterina, di omicidio, di punizione divina, di intervento umano sulla genesi per mano divina e bla bla bla. Ognuna lo faccia come e quando vuole parlando tra sé e sé, benché già in troppi lo facciano davanti ad un microfono.
Perchè lo chiamano aborto dolce, ma ci vogliono palle ferme e non dolcezza per tirare lo sciacquone dopo l'ennesima dose di veleno per il figlio... "prodotto del concepimento", scusate.
Ed è comunque un aborto vissuto in noi, tra la coscia destra e la coscia sinistra. Può somigliare ad un'evacuazione, sì. Però se una donna deve o vuole dire addio a suo figlio, credo preferisca il wc di casa sua ad una sala operatoria e a decine di mani e metalli intrusi nel suo ventre.
Perchè le donne che decidono un aborto non hanno bisogno di intrusi nemmeno nel cervello, ingombranti voci di una coscienza non riconosciuta come propria. Le donne, che vengono messe in croce quando si tratta di non volerlo, additate come infanticide, e anche quando lo vogliono: bombardate di ormoni, costrette a prelievi di ovuli, inpossibilitate ad usare la genetica per uno scopo utile nella maniera migliore, donne in attesa ciclo dopo ciclo e pendenti dalle labbra di una legge che sa tanto di disincentivo a fare un figlio.
Perchè la legge 194 prevede "l’aggiornamento sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza". Sono bruscolini? Eppure qualcuno se lo scorda ed obietta, ed io quelli vorrei denunciarli: il loro dovere di assistere indiscriminatamente come medico, assieme al diritto di autodeterminazione del paziente, vengono prima delle remore personali della loro parte umana e privata. Cazzo, sono pagati per fare i medici... se non se la sentono, che non mettano i bastoni tra le ruote a chi, se chiede di ricorrere ad un aborto, *qualche* scazzo lo ha già di suo.
Perchè, semplicemente, poche volte nella vita mi sono ritrovata il terrore - terrore, leggete bene - di avere una gravidanza in atto. Non è il momento, non è il caso, non è quello giusto, non è l'età. Tutte negazioni. Per fortuna era un no anche il test di gravidanza. Però non auguro a nessuna di dover tenere un figlio per forza.
Eppure c'è chi dice ancora di no, c'è chi crea dei fantasmi su questa pratica. C'è chi vuole riportarci al Medioevo della caccia alle streghe.
Ed io continuo ancora a crederci. Non all'aborto in sè, ma alla possibilità di scegliere se, come, dove, quando.
lunedì 27 luglio 2009
Laggiù in fondo
Mi piace prendere il bus: lui sa già la strada e io posso cullarmi nel suo ondeggiare... guardo tutto da una prospettiva differente, dall'alto per così dire, e mi lascio trasportare dalla fantasia. Niente musica alle mie orecchie, niente libri a rapirmi gli occhi.
Da due settimane ho dei compagni di viaggio che prendono il bus alla mia stessa fermata e scendono assieme a me: una nonna e sua nipote. Avrà 5 anni o 6 la bimba, ed è affetta dalla sindrome di Down. Martina.
Mi guarda con quei suoi occhioni appena strabici, mi mette al centro della sua visuale e poi gesticola con volute di senso apparente. Sillaba qualcosa che non capisco, vuole raccontarmi della sua giornata passata all'istituto dove cercano di recuperare il recuperabile della sua capacità di apprendimento. Io le sorrido, parlo poco: chissà se mi capisce, o se magari qualche mia parola può urtarla o metterle confusione. Per paura della sua suscettibilità uso passi di piombo. Mi siedo sul sediletto arancione, sorrido, lei sbava mentre allunga le mani verso di me e la nonna ricambia il sorriso amaro di chi comprende quanta fatica si fa ad accettare la diversità. Mi serpeggia un pensiero: dove saranno gli istituti quando lei non sarà più bambina? Quando i nonni non ci saranno più quale dei due genitori verrà penalizzato al lavoro? E quando anche i genitori non ci saranno più?
E' spaventoso. Crudele e pacata assieme, quest'angoscia puntuta che mi buca il cervello mentre sorrido alla bimba, mi lascio pastrugnare il viso e le tette, le allungo la caramellina al latte che so piacerle tanto e penso che non saprei da che parte iniziare se capitasse a me. Non pregherei, non maledirei, non riuscirei a propormi nessun'esagerazione: mi chiederei come fare e basta. Ma chi me la darebbe la risposta?
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